Alzheimer: capsula sottocutanea e nuove speranze

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Il morbo di Alzheimer, o malattia di Alzheimer-Perusini, è la forma più nota e frequente di demenza degenerativa progressivamente invalidante, di cui è ampiamente conosciuto il sintomo precoce più comune:la difficoltà nel ricordare eventi recenti.
Più che per la breve aspettativa di vita (dai tre ai nove anni) che segue la diagnosi della malattia, è per l’istinto di preservazione della propria identità che parlare di Alzheimer suscita un timore particolare, che sfocia in fiducia piena di speranza nelle potenzialità illimitate della ricerca.
Molto, in questo senso, si sta facendo e molto deve ancora essere fatto.
Ad oggi, è noto che il 99% dei casi è “sporadico”, si manifesta cioè in persone che non hanno una relazione familiare. Solo l’1% dei casi è ereditario, e la trasmissione è causata dalla mutazione di un particolare gene.
I geni fino ad ora conosciuti, le cui alterazioni determinano la trasmissione da una generazione all’altra della malattia, sono tre.
Le cause dell’insorgenza dell’ Alzheimer sono da ricercarsi in un’alterazione, ad un certo punto della vita e per motivi ignoti, del metabolismo della proteina precursore di beta amiloide (APP). Quest’alterazione porta alla formazione di beta amiloide, una sostanza neurotossica che si accumula nel cervello determinando morte neuronale progressiva.

Le nuove speranze

Recentemente, un gruppo di ricercatori svizzeri guidato da Patrick Aebischer, del politecnico federale di Losanna, ha realizzato un dispositivo in grado di “ripulire” il cervello dalla beta amiloide, in modo da prevenire il danneggiamento dei neuroni e quindi la progressione della malattia: si tratta di una capsula sottocutanea (“dispositivo di macroincapsulazione”) che si propone come sicura e, se somministrata nelle fasi iniziali della malattia, anche efficace.
La capsula è stata realizzata con materiali biocompatibili ed è composta da due membrane permeabili tenute insieme da un sigillo in poliprene. E’ lunga 27 mm e spessa 1,2 mm e al suo interno si trovano un idrogel, che stimola la crescita cellulare, e cellule geneticamente modificate, in grado di rilasciare un flusso lento e costante di anticorpi, i quali passano nel circolo sanguigno, arrivano al cervello e si attivano per ripulirlo dalla beta amiloide.

Il dispositivo è stato testato su un gruppo di topi predisposti allo sviluppo dell’Alzheimer.
Impiantata la capsula sotto cute, ne è stato monitorato il funzionamento per 39 settimane, al termine delle quali è stata osservata una significativa riduzione della concentrazione delle proteine beta amiloidi.
In particolare gli anticorpi avevano impedito la formazione di placche amiloidi ed ostacolato quindi l’insorgere della malattia.

Elisabetta Rosa

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