Leggenda e storia alle origini di Napoli: il mito di Parthenope

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Leggenda
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Napoli da amare, nelle meravigliose luci offerte dalla propria bellezza; Napoli da comprendere, quando, al di là dell’incanto, emerge la putrida facciata costituita dalle eterne problematiche che stringono la città nella loro morsa; Napoli da scoprire e da far propria ogni volta, serbandola nell’animo con un volto distinto e sempre nuovo. Chi nasce all’interno del millenario calderone di razze e culture che costituisce l’anima più verace della città, percepisce in modo quasi inconscio l’approccio delineato alla bella sirena piangente, di cui narra la leggenda. 

Numerose e disseminate nel cuore di Napoli, sono le spoglie lasciate dalla leggendaria creatura, la cui bellezza fu cantata nel dodicesimo canto dell’Odissea. Piccoli frammenti di un’identità che si occulta e al contempo riemerge nelle sue infinite sfaccettature, fra le onde di un mare dal fondale opaco, nel quale si mescolano, si confondono e si sovrappongono storia e leggenda.

Brandelli dell’origine di Napoli sono narrati da luoghi particolari, messaggeri dei caratteri principali della cultura napoletana, e in quanto tali, noti al mondo intero come immancabili portavoci della città.

Leggende e diverse versioni

Alle pagine della storia, si accavallano i versi dei miti, disseminati lungo l’arco di un racconto che dura da millenni. Testimonianze reali e l’estro del folklore, talvolta, si fondono al punto che risulta complesso rilevare una versione comune dalle numerose storie che hanno arricchito il patrimonio di leggende sull’origine di Napoli.  Un nucleo di partenza è riscontrabile in uno dei luoghi di maggiore centralità del napoletano, tanto in ambito urbanistico-topografico, quanto sotto il profilo storico. Secondo le attuali ricostruzioni, nel pulviscolo confuso di storia e leggenda, si delinea la sagoma dell’attuale Borgo Marinaro, in via Parthenope. Ubicato sull’Isolotto di Megaride, a ridosso del Castel dell’Ovo, nel quartiere San Ferdinando, il caratteristico borgo è congiunto alla terraferma mediante un istmo artificiale, collegato col vicino Borgo Santa Lucia. È in questo luogo che si concentrano nugoli di accenni storici, ampliati e sviluppati in favole mitologiche che continuano ad esercitare tutt’oggi il proprio fascino ed il proprio richiamo, come fossero ammalianti sorelle di Parthenope.

La figura della leggendaria sirena emerge al centro di ogni storia, come comune denominatore, le cui origini affondano sino all’epoca omerica. Proprio dall’Odissea è possibile apprendere la storia della creatura, che affranta dalle astuzie di Ulisse, eroe sopravvissuto alla minaccia del loro canto, mise fine alla propria esistenza. Tra le acque del Tirreno comprese tra l’isola di Capri e la penisola di Sorrento Parthenope e le sue sorelle, Ligeia e Leucosia, si suicidarono. La leggenda narra che il corpo di Parthenope, in balia delle onde, si sia arenato tra gli scogli dell’isoletta di Megaride, proprio lì dove in seguito sarebbero sbarcati i greci colonizzatori. Differente, ma caratterizzata da un analogo sviluppo, risulta invece un’altra versione della leggenda sulle origini di Napoli, nella quale la giovane Parthenope figurava come la  bellissima figlia del condottiero greco Eumelo Falevo, intenzionato a fondare una colonia a ridosso della costa campana. Il mito riferisce di una terribile tempesta che colpì la nave, provocando la morte della giovane, nel cui ricordo fu stabilito il nome della città appena fondata.

Del fascino del mito, la ricerca storica ha, in effetti, confermato che la prima colonizzazione del Golfo di Napoli vide l’arrivo di viaggiatori provenienti dalla Grecia, fondatori di un originario agglomerato a Pithecusa, l’ attuale isola di Ischia.

Siamo all’incirca nel IX secolo a. C. e bisogna attendere alcune centinaia di anni, perché i primi coloni decidessero di spostarsi verso il Litorale Flegreo, dove sorse Cuma.  Tra il VI ed il V secolo a.C., coloni cumani si insediarono nell’area compresa tra l’isolotto di Megaride ed il famigerato Monte Echia, dove sorge attualmente la collina di Pizzofalcone. Nacque una città che, ben presto, da scalo commerciale, mutò i propri caratteri, valendosi dell’aspetto di un piccolo centro urbano.

La nuova polis, nella zona ad est dell’originaria Parthenope, riscontrabile attualmente nel centro storico della città, era in un’ area interna e meglio protetta dagli attacchi esterni; Neapolis, ovvero “città nuova”, fu l’appellativo con cui venne denominato il nuovo agglomerato cittadino, per rimarcare la divergenza rispetto al precedente nucleo urbano, costituito da Palepolis, appunto la “città vecchia”.

Storia e leggenda narrate da luoghi e testimonianze storiche

E’ possibile immergersi ancora nell’ aura storica e leggendaria di quel tempo, ammirando i preziosi resti delle Antiche Mura greche, risalenti alla costruzione del nuovo agglomerato, che dovette immediatamente difendersi dai vicini Sanniti. Disposte lungo i margini del pianoro su cui sorge la città antica, le Mura Greche erano protette da valloni naturali che circondavano l’abitato e costituivano dei veri e propri fossati difensivi. Simbolo dell’inespugnabilità di Neapolis, il tracciato delle mura greche conserva ancora il suo antico profilo, riconoscibile per lunghi tratti e ammirabile nella centralissima Piazza Bellini.

Nei secoli, l’alone di fascino che circonda i luoghi che hanno visto l’origine della città, ha continuato ad esercitare la propria influenza. Così la malinconia della sirena, venerata in passato come una dea, citata da Virgilio ed ispiratrice di numerose altre penne, continua a vivere sotto altre vesti. Ed una testimonianza di ciò può essere riscontrata nella splendida immagine creata dalla prosa di una sua figlia d’adozione, Matilde Serao:

« Parthenope non è morta, Parthenope non ha tomba, Ella vive, splendida giovane e bella, da cinquemila anni; corre sui poggi, sulla spiaggia. E’ lei che rende la nostra città ebbra di luce e folle di colori, è lei che fa brillare le stelle nelle notti serene (…) quando vediamo comparire un’ombra bianca allacciata ad un’altra ombra, è lei col suo amante, quando sentiamo nell’aria un suono di parole innamorate è la sua voce che le pronunzia, quando un rumore di baci indistinto, sommesso, ci fa trasalire, sono i baci suoi, quando un fruscio di abiti ci fa fremere è il suo peplo che striscia sull’arena, è lei che fa contorcere di passione, languire ed impallidire d’amore la città. Parthenope, la vergine, la donna, non muore, non muore, non ha tomba, è immortale …è l’amore. »

Giovanna De Vita

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