Immigrazione in Russia: il muro dell’Artico

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Idomeni, l’isola di Lesbo, i traghetti con cui gentilmente la polizia greca accompagna i migranti in Turchia sono lontani chilometri, e forse anche per questo l’interesse per la gestione dell’immigrazione del governo di Putin sembra essere molto attenuato, se non inesistente (salvo alcuni paesi dell’Est che inneggiano a simili politiche come ad una difesa di un sangue formato da un miscuglio di “razze”, dovrebbe dirsi più correttamente “etnie”).

L’Europa sembra una nuova Alesia: più muri concentrici, ma qui non si capisce chi siano gli assedianti, chi si difende e chi attacca. I muri dell’Unione Europea ormai si diffondono ed aumentano, difendono il confine dove non dovrebbero più essercene (es. il Brennero). Ma di questi muri europei questo giornale ha scritto, e molto, presentando anche un reportage sulla situazione ad Idomeni curato da chi ha visto con i proprio occhi cosa vi sta accadendo. Noi, invece, oggi tratteremo dei muri di Putin, del gigante bianco che gioca all’internazionalismo ma è oggetto dell’ammirazione di tutti i nazionalisti.

Ottenere il permesso di soggiorno in Russia è quasi impossibile. Serve una perfetta conoscenza della lingua russa, bisogna saper dimostrare di poter sopravvivere autonomamente, di avere un regolare contratto di lavoro (in Italia i requisiti sono simili, ma la giurisprudenza amministrativa li ha un po’ ammorbiditi, seppur sempre timorosa di rendersi impopolare ed oggetto di attacchi politici). Ma in Russia, inizialmente, non sono servite espulsioni: se ne sono andati gli immigrati. Non gli affaristi europei, gli studenti, ma i poveri, quelli che evidentemente sentono maggiormente il bisogno di scappare da zone di eterna povertà come la Bielorussia, il Tagikistan, l’Uzbekistan.

Tutti quegli stati che sono usciti dall’URSS per diventare la periferia dell’est. È da qui che passano alcuni gasdotti, è qui che spuntano alle elezioni percentuali bulgare (vicine al 100%) ed è qui che l’Unione Europea si limita a qualche nota diplomatica di protesta, che ormai le ambasciate neanche leggeranno. Umiliati, poveri quanto erano in patria, indesiderati, hanno fatto le valigie e hanno lasciato la terra promessa. Con evidenti problemi: quei lavori che avevano nessuno li vuole, considerati umilianti, con una paga da fame, “da immigrati”. Eppure loro erano il cuore del benessere delle grandi città russe, con i loro piccoli lavori, con la loro raccolta della spazzatura sui marciapiedi, con i loro baveri alzati mentre imperversa la bufera per portare la spesa o i rifornimenti, con la loro tristezza gigante ma negli occhi il sogno di un nuovo futuro vicino al Cremlino. Ed è così che alcune città si sono trovate in difficoltà per gestire simili situazioni e lentamente sono tornate ad una normalità anormale: un disagio avvertito, ma che sembra quiete dopo il caos iniziale.

Nonostante questo, il governo russo va avanti con la sua politica. Dopo aver deciso che qualcuno se ne deve andare, ha anche deciso che qualcuno non deve venire. Ed ha attivato la sua diplomazia per fare pressioni sugli stati più vicini per ricercare una soluzione comune. Questa operazione ha già dato i suoi buoni frutti con la Finlandia: accordi su accordi economici, e dopo improvvisamente un accordo sull’immigrazione. Come a dire: “Vi abbiamo dato molto, adesso tocca a voi”. Chiudere la rotta artica da cui molti stranieri che hanno ottenuto asilo in Norvegia, Svezia e Finlandia passano per entrare in Russia. Questo accordo però garantisce anche il diritto di accesso in Russia ai cittadini di Helsinki: il governo potrebbe così diminuire il tasso di disoccupazione invitando a lasciare il paese di origine. L’accordo avrà una durata di soli 180 giorni, ma è evidente che si tratterà di un periodo di prova e di attesa, per sapere se l’Unione Europea sarà in grado di bloccare le sue frontiere. In caso contrario, il nuovo muro sarà pronto, stavolta senza lettere di protesta.

Vincenzo Laudani

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