Vespa vs Riina jr: quando la mafia danza sulle ceneri del giornalismo italiano

0
271
vespa riina porta a porta

Si è parlato e si sta parlando giustamente tanto, negli ultimi giorni, dell’intervista fatta da Bruno Vespa a Salvo Riina, già figlio di Totò Riina e condannato in passato a 8 anni e 10 mesi di carcere per associazione mafiosa, scontati fino al 2011.

Nonostante qualche polemica ancor prima della messa in onda, il video è stato regolarmente trasmesso la sera del 6 aprile nel salotto televisivo nazional-popolare per eccellenza: Porta a Porta, su Rai uno.
Si è parlato di vita in famiglia, di focolaio domestico, dell’ultimo libro di Riina jr., intitolato per l’appunto “Riina family life”. Un quadretto tutto sommato carino.
Simpatici questi Riina, brava gente.

La mafia? L’argomento deve fare poca audience e a precisa (e unica) domanda, il figliol prodigo risponde addirittura filosofeggiando: «Non me lo sono mai chiesto, non so cosa sia. Oggi la mafia può essere tutto e nulla. Omicidi e traffico di droga non sono soltanto della mafia». Mal comune mezzo gaudio, sembra giusto.

Alla fine dell’intervista la sensazione che si ha è che, tutto sommato, lo spettacolo in cui l’attempato giornalista intervista il figlio del più noto mafioso di Cosa Nostra, con domande blande e senza mai controbattere a risposte di comodo, sia stato, per l’appunto, uno spettacolo. Una recita, una pièce teatrale, con copione già scritto ed insolita regia.
Oltre a quanto ascoltato, ben presto vengono fuori anche retroscena assai inquietanti: il modulo di autorizzazione all’utilizzo delle immagini riprese, quello che normalmente si richiede di firmare ad ogni intervistato prima dell’intervista, nel caso di Salvo Riina sarebbe stato consegnato solo dopo, per altro successivamente ad un’accurata visione di come il servizio sarebbe stato mandato in onda. La circostanza, confermata durante l’audizione alla commissione parlamentare antimafia dei vertici della Rai, si aggiunge ad un altro dettaglio che conferma il clima in cui è maturata l’intervista: secondo quanto dichiarato dall’editore del libro, non ancora smentito, Riina avrebbe scelto di non rispondere ad alcune domande, presumibilmente quelle più scomode.

Quello che ne deriva, sia nel metodo che nel merito, è uno stravolgimento della natura stessa dell’intervista. Se Bruno Vespa risponde alle accuse in una lettera aperta al Corriere della Sera, dicendo di aver fatto «le obiezioni di una persona di buonsenso» e annunciando una puntata riparatrice per parlare delle vittime della mafia in una sorta di par condicio, le domande non fanno che moltiplicarsi: com’è possibile mettere sullo stesso livello i vertici mafiosi e chi a causa loro ha perso la vita? Perché permettere ad un libro di dubbio gusto una visibilità tale, in un paese in cui il fenomeno mafioso è ancora ampiamente presente e accettato? 

salvo-riina-figlio-terzogenito-del-capo-dei-capi_665993
Salvo Riina, figlio di Totò, presenta il suo libro “Riina family life” a Porta a Porta.

La spettacolarizzazione della mafia o della camorra, con serie televisive come Il capo dei capi, ha fatto solo male all’Italia, umanizzando il mafioso e mostrandolo nella sua coerenza dell’uomo tutto d’un pezzo, che difende a’ famigghia e che strizza l’occhio alla libertà contro tutto e tutti, anche contro lo Stato.
Famiglia, libertà, onore: concetti facili e orecchiabili che risuonano anche nelle parole di Riina jr. a Porta a Porta, quando ripetutamente dice che non sapeva, non capiva, che per noi era normale. Ancora la tranquilla felicità familiare fa da sfondo alla strage di via D’Amelio, in cui Totò Riina è raccontato seduto in silenzio davanti all’edizione speciale del tg. Nessuno sbalzo d’umore, nessuna scompostezza. Normalità.

Gli stessi discorsi li ritroviamo, non a caso, nei commenti alla pagina facebook di Salvo Riina, aperta pochi giorni prima dell’intervista:

ImmagineImmagineImmagine

Vale invece la pena di prestare attenzione a quanto suggerito da Roberto Saviano a TvTalk, secondo cui nell’intervista sono tante le allusioni e i veri e propri messaggi mafiosi: «Tutto il racconto del figlio di Riina è il racconto di una famiglia unita, rigorosa, disciplinata. È un “io ricordo ed è importante saperlo”: quando Buscetta inizia a raccontare di Cosa Nostra a Giovanni Falcone, la prima cosa di cui parla è l’assoluta organizzazione disciplinata di Cosa Nostra, non potevano partecipare a cosa nostra persone che avevano genitori separati, che tradivano la moglie, che erano stati iscritti al PCI o al Partito Nazionale Fascista, e che erano omosessuali, erano delle regole ferree. [Riina] sta dicendo che loro sono una vecchia mafia che non c’è più. Sta parlando alle nuove generazioni, a Matteo Messina Denaro». E sta parlando al suo popolo, che risponde sui social.
Ah, la mafia di una volta!

Le ceneri del giornalismo italiano.

Già. Perché come hanno fatto notare in tanti, il problema non è Salvo Riina, che si comporta da quello che è e persegue il suo (privato) interesse. Il problema, ben più importante, è Bruno Vespa, paradigmatico di larga parte del giornalismo nostrano e che finisce per mostrarne la crisi, non solo nei lettori quanto nei contenuti.

Il giornalismo deve occuparsi di mafia, così come deve occuparsi dei criminali e dei cattivi citati da Vespa: certo che bisognava intervistare Riina jr., come sarebbe lecito intervistare Riina padre o il peggior serial killer, avendo la possibilità di farlo.
Al momento dell’intervista, però, l’intervistatore deve essere davvero “occhi, orecchie e cuore di chi legge”, immedesimandosi nei dubbi del pubblico e cercando di giungere a delle risposte che non siano reticenti: è l’intervistato che deve essere strumento del giornalista per arrivare a ricostruire la realtà completa dei fatti, non il contrario.

Bruno Vespa è, da un lato, la rappresentazione di un giornalismo televisivo ucciso a colpi di audience − sciacalli che dopo ogni sciagura arrivano a litigarsi i resti, dando in pasto a un’opinione pubblica dopata resoconti populisti e asettici, forti con i deboli e deboli con i forti − dall’altro è l’emblema di un disimpegno e di un camaleontismo di democristiana memoria che nel mondo globalizzato semplicemente non ha più senso di esistere: un giornalismo che va bene per la destra e per la sinistra semplicemente perché si prostra dove serve, mai scomodo e impertinente, che non si sporca mai le scarpe mascherandosi di pretesa obiettività, che cela la realtà complessa dei fenomeni per parlarne come si parla al bar.

La famiglia tutto bene? Salutami quel sant’uomo di tuo padre.

Antonio Acernese

NESSUN COMMENTO