A detta di molti l’inchiesta internazionale Panama Papers è l’investigazione giornalistica più estesa della storia. 11,5 milioni di documenti sono stati scandagliati dall’International Consortium of Investigative Journalists, e per far fronte a una tale mole di lavoro, le modalità di elaborazione adottate sono state più innovative e globali che mai.

I membri del consorzio hanno avuto accesso ad un segretissimo database condiviso, che potevano consultare grazie all’utilizzo di numerose password, e nella difficile elaborazione dei dati si sono aiutati a vicenda in un forum appositamente creato, anch’esso anti-hackeraggio.
Qui giornalisti e professionisti esperti di tutto il mondo si sono confrontati, evidenziando ognuno la propria chiave di lettura delle questioni, e condividendo con tutti gli altri membri le nuove personali scoperte. Un giornalismo globale, che sarà sicuramente un modello nel suo settore per gli anni a venire, e che è destinato a rappresentare il peggior nemico di chi le nuove possibilità di comunicazione le sfrutta per lo scopo opposto: la frode anziché la denuncia.

Pare che tra le molte sezioni del forum citato ce ne fosse una in particolare capace di ricreare anche online e anche tra i milioni di dati a disposizione una nicchia di pareri italocentrici: la sezione “Mafia in Italia”. Anche i Panama Papers, insomma, ci riguardano più di quanto possa sembrare.
Tra le 214 mila società offshore realizzate con l’ausilio dell’ormai tristemente celebre studio Mossack-Fonseca (MF), ve ne sono infatti alcune che configuravano, nella sterminata galassia dei dati analizzati, delle reti gravitanti attorno a nomi spesso citati nelle cronache giudiziarie del Belpaese, come rivelato da L’Espresso.

Non è bastata, infatti, la condanna per mafia emessa nel 2000 a insospettire gli uomini di Mossack-Fonseca riguardo il profilo di Angelo Zito, il riconosciuto ex tesoriere del clan di Brancaccio diretto dai terribili Filippo e Giuseppe Graviano. I dubbi del responsabile della sede di Lussemburgo Anthony Volpe vennero infatti meno di fronte alle spiegazioni di Moyse Di Stefano, un avvocato in rapporti con Zito: «Sono convinto che il signor Zito sia completamente innocente. È stato vittima di circostanze sfortunate».

Sempre dagli innumerevoli atti sottratti, risulta che, invece, Gianluca Apolloni, 42 anni, venne addirittura nominato nell’ottobre 2011 rappresentante a Roma di questa fabbrica di frodi fiscali. Apolloni è colui che aiutò Massimo Ciancimino, figlio di Vito, il famoso sindaco criminale di Palermo, a realizzare una frode fiscale da oltre 30 milioni che gli è valsa l’arresto nel maggio 2013. I Panama Papers sembrano dunque confermare l’accaduto.

Christian e Pietro Palazzolo, figli del famoso tesoriere di Cosa Nostra Vito Palazzolo, sono da tempo impegnati nell’attività di estrazione di oro e diamanti nelle miniere africane, e in questo caso, la loro presenza nel circolo delle società offshore di Panama conferma le evidenze tratte da un’altra inchiesta giornalistica, realizzata dall’Irpi (Investigative Reporting Project Italy) e pubblicata da L’Espresso lo scorso aprile.

Valerio Santori
(Twitter: @santo_santori)

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