«Le donne che desiderano ricorrere ai servizi di aborto continuano a riscontrare, nella pratica, delle difficoltà reali relative all’accesso a tali servizi, e ciò malgrado quanto previsto dalla legge» – così il Comitato europeo dei diritti sociali del Consiglio d’Europa giudica la situazione in cui versa l’interruzione volontaria di gravidanza in Italia.

L’intervento europeo giunge in risposta a un ricorso presentato dalla CGIL nel febbraio 2013 in merito all’articolo 9 della legge 194/1978: disciplinando il diritto all’obiezione di coscienza del personale medico senza tuttavia precisare quali misure debba adottare una struttura pubblica al fine di garantire alle donne il diritto di ricorrere, nonostante tutto, all’aborto, la legge violerebbe l’articolo 11 della Carta sociale europea, ossia il diritto alla difesa della salute.

La CGIL considera tale lacuna, unita all’elevata percentuale di medici obiettori, il motivo per cui in Italia abortire diviene di giorno in giorno più complesso: da un lato, l’irrisoria disponibilità di personale e strutture, dall’altro, la condizione di svantaggio in cui versano coloro che decidono di non divenire obiettori – sovraccaricati in termini lavorativi, guardati con astio dai colleghi.
Il ricorso, oltre a trattare il delicato tema della possibilità di usufruire della legge 194, pone difatti l’attenzione anche su un ambiente lavorativo ostile ai medici che scelgono di non avvalersi della possibilità data dall’articolo 9: la denuncia sostiene che questi sarebbero ostacolati nella carriera, invisi ai colleghi e costretti a sostenere ritmi lavorativi eccessivi. A tale riguardo, il sindacato avanza la violazione degli articoli 1, 2, 3 e 26 della Carta.
Il ricorso, per quanto attiene sia ai diritti delle donne che dei lavoratori, evidenzia anche la violazione dell’articolo E, che regola la “non-discriminazione”.

La decisione del Comitato del Consiglio d’Europa in materia di aborto, facendo capo a una situazione denunciata nel 2013, seppur resa pubblica l’11 aprile 2016,  è stata adottata il 12 ottobre 2015, a seguito di un’audizione pubblica tenutasi al Palazzo dei Diritti dell’Uomo il 7 settembre del medesimo anno.

Il Comitato, passate in rassegna le fonti disponibili, «dichiara il ricorso ammissibile», sino a concordare con esso e invitare l’Italia a usare misure che garantiscano la reale applicazione della legge sull’interruzione volontaria di gravidanza, tutelando sia la donna, che il personale medico non obiettore, poiché la situazione attuale può «comportare dei rischi considerevoli per la salute e il benessere delle donne in questione, il che è contrario al diritto alla tutela della salute che è loro garantito dall’articolo 11 della Carta» e, come lo stesso testo ricorda, dall’articolo 32 della Costituzione italiana.

In riferimento alla condizione vissuta dai medici non obiettori, il Comitato europeo sottolinea l’assenza di reali forme di tutela e prevenzione della discriminazione in contesto professionale, e invita pertanto il Governo italiano, che in materia «non ha fornito praticamente alcun elemento utile a contraddire gli elementi addotti dalla CGIL», ad intervenire al fine di garantire a tale personale pubblico dei ritmi lavorativi adeguati e un trattamento pari ai colleghi obiettori. Importante è la conclusione in relazione alla violazione dell’articolo E, e dunque del diritto-dovere alla non-discriminazione: l’elevato tasso di obiettori di coscienza, in un contesto che non si preoccupa di assicurare in ogni struttura il personale adeguato a praticare l’interruzione volontaria di gravidanza, di fatto discrimina la donna in base alla sua condizione socio-economica e all’area geografica di appartenenza.

Una donna, impossibilitata a spostarsi per qualsivoglia ragione, rischia di non potersi avvalere del diritto di abortire qualora la struttura di riferimento non sia “provvista” di medici non obiettori – il Comitato europeo giudica tale situazione come «carenze nell’attuazione della legge n. 194/1978».

«Questa decisione del Consiglio d’Europa riconferma che lo Stato deve essere garante del diritto all’interruzione di gravidanza libero e gratuito affinché le donne possano scegliere liberamente di diventare madri e senza discriminazioni, a seconda delle condizioni personali di ognuna» commenta Susanna Camusso, soddisfatta dell’esito del ricorso, che per la CGIL rappresenta una vittoria e un punto di partenza per sollecitare le istituzioni a dedicare attenzioni ed energie al delicato problema dell’aborto.
Il Ministero della Salute non ha mostrato di gradire la conclusione cui è giunto il Comitato europeo, accusato di aver preso in esame dati non aggiornati e di conseguenza non attendibili – «Il numero di non obiettori risulta quindi congruo, anche a livello sub-regionale, rispetto alle IVG effettuate» è un estratto della relazione sull’applicazione della legge 194 presentata al parlamento nell’ottobre 2015: nessuna violazione del diritto alla salute, dunque, sarebbe in atto.

Diverse associazioni di medici denunciano una riduzione apparente degli aborti volontari, poiché in realtà a decrescere sarebbero le interruzioni “legali”, mentre sarebbero in aumento le pratiche di aborto al di fuori del raggio d’azione della legge e di conseguenza pericolose per la salute della donna, ciò a causa dell’assenza di misure utili a garantire l’applicazione della discussa legge nonostante l’elevato tasso di obiettori.
La presidente della LAIGA Silvana Agatone sottolinea, in coerenza con il testo redatto dal Comitato europeo, le difficili condizioni in cui opera un medico non obiettore – costretto a svolgere la propria professione in un ambiente poco collaborativo.

Ma l’obiezione di coscienza è un diritto, replicano alcuni. Lo è anche l’aborto, ribattono altri. E il Comitato europeo cosa ha chiesto di tutelare, se non diritti?

Nel testo della decisione sono richiamati i diritti alla libertà di espressione e di pensiero e di scelta e di credo e di coscienza, la libertà dunque di essere tutelati in quanto individui. Un medico può scegliere di non praticare l’aborto, ma una donna deve poter scegliere di interrompere o meno la propria gravidanza, e di poter far questo in piena tutela di legge.
L’aborto non è quasi mai un diritto, è spesso una necessità, una costrizione, una situazione in cui si resta invischiate senza averlo voluto realmente – l’unico diritto concesso in questi casi è quello di scelta.
Una donna costretta a ricorrere all’aborto illegale è una sconfitta della società civile, così come lo sarebbe obbligare un medico obiettore a praticarlo.
La domanda, dunque, non è se sia giusto o meno, etico o no, consentire di interrompere la gravidanza in taluni particolari casi – quesito che di fatto sembra essere alla base del concetto stesso di “obiezione di coscienza” –, quanto piuttosto se sia giusto o meno, etico o no – civile – che uno Stato in cui è in vigore una legge come la 194/78 faccia uso di tutti i mezzi a propria disposizione per garantire a questa legge applicazione e per educare i propri cittadini a non additare, giudicare, discriminare chi opera una scelta anziché un’altra.

Rosa Ciglio

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