La legge salica del direttorio M5S: la successione è avviata

La successione dinastica dei Casaleggio è avvenuta, ma il M5S è indebolito da conflitti interni accesi, fazioni e congiure per arrivare al potere.

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La legge salica è il fantasma che si aggira nello statuto (perdonate: il non-statuto) del M5S. Nessuna clausola, nessun articolo, eppure la successione è già stata avviata, senza discutere, senza dibattere: le successioni seguono le linee patriarcali, non chiedono il permesso, se non di chi deve accettare l’eredità.

Non sembra averla rifiutata Davide Casaleggio, il nuovo centro del Movimento, il non-eletto e neanche portavoce, ma a cui tutti devono rendere conto. Ma questo forse non è piaciuto a tutti: i grillini sembrano aver preso la vecchia strada della DC, con correnti contro correnti ed una unitarietà esterna che si disperde nei conflitti interni. Neanche il periodo di assestamento successivo alla morte di Gianroberto Casaleggio ha consentito di raggiungere una tregua: i vertici saranno oggi da Mattarella per lamentare l’oscuramento della campagna referendaria, ma sono la tenda che nasconde il caos interno.

Le fazioni sono tante e poco chiare, i parlamentari sembrano congiurati, tanti Bruti che non sanno che fare senza Cesare. I senatori lamentano di non essere rappresentanti nel direttorio, si sentono sottomessi alle decisioni dei deputati, con malumore ai giornalisti rispondono con un: «Chiedete ai deputati, sono loro a decidere». Solo Vito Crimi sembra sfuggire all’isolamento, ma fino a quando?

Così distinte sembrerebbero di facile individuazione: senatori contro deputati, il grande classico della Repubblica. Invece esistono altre fazioni, e trasversali.

La prima, quella di maggiore rilevanza, risponderebbe a Di Maio, che, non a caso, lancia già avanti la sua candidatura a Presidente del Consiglio dei Ministri e di cui si dice persino che abbia già organizzato la sua squadra di governo. All’economia Zingales, che si dice essere più liberista di Monti, lontano dalle idee socialdemocratiche riecheggiate dal “reddito minimo garantito”. Appoggiato da Di Battista, ma solo con qualche debole sorriso da Fico, sempre imbarazzato dentro il direttorio, il più piccolo ed eppure l’unico che alle volte si è assunto responsabilità pubbliche davanti a tutti. Teme adesso di essere solo il parafulmine delle critiche, l’esposto, mentre Di Maio lavora nell’ombra. Vorrebbe lanciarsi alla guida di una fazione più a sinistra, più sensibile a quelle tematiche sociali che gli scivoloni di Grillo hanno fatto abbandonare. Forse anche per questo è stato imbavagliato nel direttorio, messo a giocare nel terreno istituzionale, quello in cui era certo che avrebbe perso terreno rafforzando Di Maio. Troppo poco democristiano per riuscirvi.

Vincenzo Laudani

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