Internet e jihad, come vengono reclutati i giovani europei

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Il canale di reclutamento e di propaganda più utilizzato dai terroristi è internet. L’ISIS sfrutta il web per diffondere i propri consensi e scovare nuovi simpatizzanti, costruendo una rete decentralizzata e penetrante che individua e indottrina affiliati in tutto il mondo. Così, viaggiare per la via di comunicazione più efficiente e multiforme che esista, ha permesso allo Stato Islamico di insinuarsi gradualmente nel continente europeo e di ampliare le proprie milizie, arruolando giovani cittadini dell’occidente, spesso insospettabili e provenienti dalla seconda generazione di migranti, nati o arrivati in Europa in tenera età.

Era il 2012 quando l’ONU lanciava i primi segnali di preoccupazione e pubblicava un documento intitolato The Use of Internet for Terrorist Purposes, nel quale analizzava l’utilizzo sempre più capillare delle tecnologie informatiche da parte dei gruppi terroristici per cercare futuri adepti, procurarsi finanziamenti, organizzare piani di attacco e veicolare messaggi propagandistici.

Passarono solo pochi mesi e balzarono agli onori della cronaca italiana le storie del giovane marocchino Anas el-Abboubi e del genovese Giuliano Delnevo, convertiti all’Islam autonomamente, diventati progressivamente sempre più estremisti sino all’attivismo militante indipendente, e infine partiti per la Siria in nome della jihad. Si presentava così la realtà, inedita soprattutto per l’Italia, del jihadismo autoctono, proliferante nelle periferie, nascosto dietro un’integrazione solo superficiale e sorto dalla mancanza di prospettive, ma anche dal fascino di sentirsi parte di una missione trascendente e globale.

La nuova generazione di estremisti islamici è formata da un arcipelago di profili estremamente vari e numerosi, spesso provenienti da esperienze e contesti multiformi e non facilmente schematizzabili, ma in cui è possibile individuare un modus operandi che si ripete con caratteristiche simili in molte circostanze. C’è la poca frequentazione delle moschee, la radicalizzazione autonoma e slegata da organizzazioni strutturate e, soprattutto, c’è internet come principale – e in alcuni casi unico – punto di riferimento per informarsi e pianificare le proprie attività.

Un reportage pubblicato su Internazionale nel novembre 2015 mostra come chiunque, costruendosi un profilo ad hoc abbastanza credibile, possa entrare in contatto con dei jihadisti, o presunti tali, navigando su Facebook. Basta scegliere un’immagine adatta, iniziare ad aggiungere agli amici persone iscritte a pagine come “Allah” e “Stato Islamico” e cliccare mi piace in alcuni gruppi più radicali. Ecco che gradualmente il mondo di Facebook viene invaso da contenuti legati all’IS e alle milizie estremiste, tanto da diventare «un social network filojihadista». Un universo differente di guerre, martiri e odio verso i miscredenti. È così che molti ragazzi europei entrano per la prima volta in contatto con i reclutatori che, ricorrendo a chat e forum dei network virtuali, cercano giovani cittadini interessati alla cultura più fondamentalista, mirando a manipolare le loro menti già stanche e arrabbiate con l’occidente. Prima vogliono attirare la loro attenzione tramite filmati o post dal forte contenuto emotivo (come quelli di esecuzioni), o attraverso video propagandistici in stile hollywoodiano che celebrano il califfato; oppure cercano, soprattutto con le donne, un approccio più ironico e confidenziale, per guadagnarsi fiducia e stima, passando solo successivamente a tematiche più propagandistiche. Quando poi i discorsi diventano sempre più monotematici, il messaggio religioso viene distorto e strumentalizzato a scopi ideologici: lo Stato islamico, la Sharia, le ingiustizie dell’Occidente e infine la jihad e la gloria del sacrificio in nome di Allah.

Queste tecniche psicologiche fanno presa soprattutto sui soggetti maggiormente fragili e isolati, per età, per istruzione e per marginalizzazione sociale, che spesso vedono l’adesione al califfato come la possibilità di partecipare a una grande rivoluzione, a un progetto superiore capace di unire tutti musulmani del mondo, dovunque essi siano. Per Scott Atran, antropologo statunitense e insegnante dell’Ecole normale superieure di Parigi e dell’università di Oxford, «i volontari, soprattutto giovani, che si offrono di combattere per il movimento fino alla morte, provano una gioia che nasce dal sentirsi uniti a persone come loro nella lotta per una causa gloriosa, e al tempo stesso la gioia che nasce dallo sfogo della rabbia e dal piacere della vendetta (la cui dolcezza, dice la scienza, può essere provata sia dal cervello sia dal corpo)». Il processo di radicalizzazione è molto lungo e solo alcuni decidono di partire per diventare dei veri foreign fighters verso un’unica destinazione definitiva, la Siria.

Lorenzo Vidino, nel suo libro Il jihadismo autoctono in Italia, li chiama «jihadisti da tastiera», perché solo in pochi casi l’assimilazione dell’ideologia estremista avviene a seguito di incontri reali con radicali islamici, ma «più frequentemente la formazione dei giovani militanti si giova delle nozioni d’indottrinamento e addestramento attinte dalla rete». E in molte circostanze, il loro fondamentalismo rimane chiuso in quello stesso mondo virtuale in cui si è sviluppato e nel quale passano la maggior parte delle proprie giornate, tra social network, blog e siti islamisti. Questo è vero soprattutto per il fenomeno italiano, in cui il proselitismo fatica a trovare seguaci e dove i contatti con le moschee sono quasi inesistenti, soprattutto perché molte sono diffidenti verso soggetti eccessivamente zelanti e radicali. L’Italia è infatti, insieme alla Spagna, il paese europeo nel quale il jihadismo autoctono è meno capillare e diffuso rispetto a paesi come Francia e Belgio, anche se secondo l’Associated Press, fra i 400 combattenti che l’Isis avrebbe attivi in Europa, alcune cellule sarebbero proprio nascoste nella penisola.

La pericolosità di questo nuovo stile di reclutamento e di indottrinamento è la maggiore imprevedibilità delle reti terroristiche e la difficoltà delle intelligence internazionali a identificare i singoli soggetti radicalizzati prima che questi partano per il Medio Oriente. È in questo panorama che si inserisce anche la storia di Maria Giulia Sergio. Nata a Torre del Lago da una famiglia cattolica, si è convertita all’islam insieme ai suoi genitori e a sua sorella dopo aver incontrato il suo primo marito marocchino. La sua progressiva radicalizzazione è testimoniata dalla sua pagina Facebook, molto attiva e sempre più estremista fino alla decisione finale di partire in Siria insieme a suo marito e ai suoi parenti nel settembre del 2014.

È chiaro che il web, dopo aver rivoluzionato tutti gli ambiti di informazione e di conoscenza della società civile degli ultimi decenni, è giunto a mutare profondamente anche i metodi di propaganda e di indottrinamento dei gruppi terroristici, che si sono così destrutturati, decentralizzati e sviluppati sotto forma di una compagine virtuale e difficile da prevedere. L’Unione Europea, presa coscienza del nuovo fronte informatico dove combattere, ha già chiesto agli Stati Uniti di affrontare l’Is proprio a partire dagli stessi strumenti di comunicazione e di diffusione ideologica dei miliziani, cercando misure efficaci per bloccare, per quanto possibile, il network e i canali di reclutamento. Per ora i più efficienti contrattacchi sono arrivati dagli hacker di Anonymous, che nel corso del 2015 sarebbero riusciti a più riprese a oscurare e a bloccare diversi canali di Daesh.

Rosa Uliassi

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