Kafka con un microfono

Ian Curtis e Franz Kafka. Due artisti appartenuti a diverse generazioni, con destini diversi. Ma forse con lo stesso modo di vedere le cose.

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“Per reincarnazione si intende la rinascita dell’anima, o dello spirito di un individuo, in un altro corpo fisico, trascorso un certo intervallo di tempo dopo la sua morte terrena”. La prima riga della pagina Wikipedia della reincarnazione riassume perfettamente il significato della parola, o addirittura di una visione sulla vita e soprattutto sulla morte, che sin dagli albori dell’umanità ha dato una certa speranza esistenziale ad alcune civiltà. Probabilmente Ian Curtis non credeva nella reincarnazione. Probabilmente negli ultimi giorni della sua vita non credeva più in nulla. Le sue parole , e la musica dei Joy Division in generale, hanno dato voce a quei fantasmi che hanno accompagnato il paroliere inglese durante la sua breve esistenza. E uno di quei tanti fantasmi sembra addirittura avere un nome ed un cognome: Franz Kafka.

Franz Kafka (1883 – 1924), una delle maggiori menti letterarie del ‘900.

È risaputo infatti che lo scrittore boemo sia stato una delle maggiori ispirazioni per Ian Curtis (“Colony”, tratta dall’album “Closer”, trae certamente spunto dal racconto di Kafka “Nella Colonia Penale”), ma se si conoscono a fondo sia i Joy Division che Kakfa, quella che si nota è sicuramente più di una semplice ispirazione. È una certa atmosfera di sottofondo, quasi claustrofobica, ad unire Curtis e lo stesso Kakfa. Sembra quasi sia stata una sola persona a scrivere “Il Processo” o “La Metamorfosi”, e a distanza di poco più di mezzo secolo a sfornare capolavori poetici come “The Eternal”, “New Dawn Fades” o “Heart and Soul“. “Il passato è ora parte del mio futuro, il presente è sfuggito di mano”, parte proprio dell’ultimo dei tre titoli elencati, sembra quasi fuoriuscita dalla bocca di Josef K., protagonista e vittima de “Il Processo”, intrappolato in una situazione assurda, senza via d’uscita, in cui l’unica attesa è quella della condanna a morte. La claustrofobia, citata in precedenza, sembra essere proprio uno dei collanti tra i due artisti. Basti pensare alla stanza in cui Gregor Samsa viene tenuto prigioniero dopo la sua metamorfosi, o alla mortale crisi epilettica di una ragazza (male di cui lo stesso Curtis soffrirà in seguito) narrata in “She’s Lost Control”. Una mancanza assoluta di controllo che sembra pesare come un macigno sulle vite di entrambi. Kafka verso qualcosa di indefinito, di immenso. Ian Curtis verso se stesso e verso quell’epilessia, la causa maggiore del suo sfinimento psicologico, a sua volta causa del suicidio, ma forse anche il motivo della nascita e produzione di “Closer”, una delle pietre miliari del XX secolo in ambito musicale.

Joy_Division_Closer
Closer (1980), secondo ed ultimo album dei Joy Division. Ironico che sia il titolo sia la copertina rimandino involontariamente al destino di Ian Curtis.

È l’essere entrambi Sisifo, puniti dagli dei, trascinatori eterni di un enorme masso, ma con la nuda e cruda consapevolezza aggiunta poi da Camus nel suo saggio. E sarebbe bello immaginarli ora, insieme da qualche parte, in una stanza chiusa per l’eternità, seduti a scrivere, dandosi le spalle e soprattutto in silenzio, perché parlare con l’altro sarebbe come parlare con se stessi.

Biagio Dell’Omo

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