Nomination: Clinton e Trump saranno sfidanti finali?

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Le primarie dello Stato di New York hanno rappresentato, nei presupposti e nei risultati un voto decisivo, tanto per Trump quanto per la Clinton, in prospettiva delle presidenziali di Novembre e delle nomination che i due partiti americani ufficializzeranno.

Lo Stato di New York è uno dei più popolosi, etnicamente variegati ed assegna un numero elevato dei rappresentanti che nelle convention di luglio saranno chiamati a scegliere i candidati alle elezioni. Le vittorie di Trump e di Hillary Clinton sono state nette in entrambi i casi.

Per settimane la Clinton è stata messa in difficoltà dalla campagna aggressiva di Sanders, come testimoniano anche le otto vittorie consecutive del senatore del Vermont le quali hanno preoccupato non poco l’ex Segretario di Stato americano in vista delle nomination come candidata.

Si riteneva che la sfida si sarebbe presentata molto più equilibrata anche sulla base dei grandi numeri fatti registrare da Sanders ai comizi tenuti a Manhattan e Brooklyn.

L’ex segretario di stato, invece, si è attestata al 57,7 per cento, contro il 42,3 per cento di Bernie Sanders che, secondo la maggior parte dei commentatori, per vincere a New York avrebbe avuto bisogno di veder lievitare i suoi consensi tra gli elettori delle minoranze, soprattutto tra gli afroamericani. A New York City, Hillary ha prevalso in tutti i cinque “boroughs”: vince a Manhattan, nel Queens ed anche a Brooklyn, dove si riteneva, sondaggi alla mano, che Sanders avesse più possibilità (il senatore è nato a Flatbush, una zona di Brooklyn). Clinton si è imposta anche a Long Island, sia nelle aree più ricche sia in quelle dominate da ceti di piccola, media borghesia e dalla working class. Sanders, invece, si è imposto soltanto nelle zone rurali della Clinton County.

Analizzando i flussi di voto, è evidente che la candidata abbia ottenuto la preferenza di praticamente tutti i gruppi etnici e sociali. Si tratta, appunto, di quella vittoria ampia, indiscutibile, che gran parte della nomenclatura democratica sperava per giustificare la nomination dinanzi ai suoi elettori.

Nonostante Clinton si sia rivolta proprio ai supporter di Sanders, ricordando che “sono più le cose che ci uniscono che quelle che ci separano”, il senatore del Vermont, che pure ha promesso di appoggiare Hillary in caso di sconfitta, ha polemizzato prima sulle le regole di voto delle primarie a New York. Infatti, un elettore deve registrarsi almeno sei mesi prima del voto, poi in riferimento alle notizie di “diffuse irregolarità” che arrivavano da molti seggi.

In realtà proprio le regole di voto hanno di fatto determinato che tre milioni di indipendenti e di “non affiliati” che non si identificano né con il Partito Democratico né con quello Repubblicano, non abbiano avuto diritto al voto. In base alle dinamiche verificatesi in precedenza, se questi milioni di elettori avessero avuto l’opportunità di esprimere la loro preferenza, i risultati, assieme alla nomination democratica, avrebbero potuto essere molto diversi considerato lo scarto di voti tra i due candidati democratici di soli 285.000.

Nella sua Trump Towers, Donald Trump ha festeggiato una vittoria altrettanto netta sugli avversari repubblicani. Con questo successo, da un punto di vista aritmetico, Ted Cruz non può ha più la possibilità di raggiungere i 1237 delegati necessari a ottenere la nomination. Soltanto un eventuale scontro alla Convention di luglio, nel caso Trump non ottenesse la maggioranza assoluta, potrebbe trasformare Cruz nel candidato ufficiale; tuttavia questa ipotesi appare al momento fanta-politica vista anche la pesante sconfitta a New York. Proprio alla possibilità di una “contested Convention” si è riferito esplicitamente Trump nel suo discorso della vittoria alla Trump Tower. “Nessuno dovrebbe impossessarsi dei delegati e autoproclamarsi vincitore, a meno di non aver ottenuto quei delegati attraverso il processo di voto” ha detto il magnate, che poi ha aggiunto: “Questo è un sistema truffaldino, un sistema manipolato e noi vogliamo prevalere nel modo più antico: cioè, vinci se prendi i voti”.

Le parole di Trump sono apparse un riferimento a notizie e voci diffuse nelle ultime ore. Cruz parrebbe essere intervenuto sui delegati, per cercare di appropriarsi del loro voto (nel caso di una prima votazione senza una maggioranza assoluta alla Convention, al secondo voto i delegati di Trump sarebbero liberi di votare per un altro candidato). Secondo David Axelrod, architetto delle campagne di Barack Obama ed oggi commentatore politico, la scarsa preparazione politica di molti dei collaboratori di Trump, e la stessa inesperienza del candidato, potrebbero far affondare la campagna durante la Convention di Luglio che si preannuncia particolarmente infuocata.

Per queste ragioni, da qualche settimana Trump pare aver assunto una linea diversa, più moderata, rassicurante, presidenziale. Ciò sia per provare a riappacificarsi con l’establishment repubblicano ed evitare sorprese alla Convention, sia per ridurre quell’alta percentuale di elettori ed elettrici ostili, in vista della sfida finale con Hillary.

Ancor più sorpresa ha destato l’allontanamento di Stuart Jolly, direttore delle sue operazioni sul terreno, regista organizzativo e logistico della campagna elettorale. La responsabilità dell’organizzazione è stata affidata a Paul Manafort, 67 anni, veterano della politica che ha lavorato nelle convention repubblicane per Gerald Ford, George Bush padre, Bob Dole. (È anche stato consulente di Vladimir Putin). Un ricambio non solo di personale, ma di filosofia. Una scelta dettata quindi dalla necessità di ammorbidire l’establishment che ancora non lo digerisce e che non ha ancora abbandonato l’idea di affossare all’ultimo minuto la sua candidatura.

Gennaro Dezio

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