L’Africa di Karen Blixen

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Portrait of Danish author Baroness Karen Christence Blixen-Finecke (1885 - 1962) who wrote under the pen name of Isak Dinesen as she smokes and reads in a wood panelled room, 1950s. (Photo by Hulton Archive/Getty Images)

Per la rubrica Lettere in soffitta, questo mercoledì 27 aprile 2016 parliamo dell’Africa: un luogo affascinante e allo stesso tempo misterioso, che da sempre ha esercitato il suo magnetismo su innumerevoli scrittori.

Da “Verdi colline d’Africa” di Ernest Hemingway a “Elefanti in giardino” della Gallmann, senza dimenticare il capolavoro di Joseph Conrad, “Cuore di Tenebra”.

Ma oggi diamo uno sguardo a un altro grande scritto sul continente nero, un libro letto e riletto ancora oggi che ha ispirato, tra l’altro, un meraviglioso film di Sidney Pollack dal titolo omonimo: “La mia Africa” della scrittrice danese Karen Blixen.

La mia Africa - Karen Blixen
La mia Africa – Karen Blixen

L’indimenticabile incipit de “La mia Africa”, pubblicato nel 1937 ma giunto in Italia solo nel 1959, ci immerge subito nella natura del continente: vegetazione a perdita d’occhio e animali mai visti in Europa, desolazione e profumo di libertà, silenzio, l’essenza della vita e il cuore nero dell’Africa:

 “In Africa avevo una fattoria ai piedi degli altipiani del Ngong.
A un centocinquanta chilometri più a nord su quegli altipiani passava l’equatore; eravamo a milleottocento metri sul livello del mare. Di giorno si sentiva di essere in alto, vicino al sole, ma i mattini, come la sera, erano limpidi e calmi, e di notte faceva freddo.
La posizione geografica e l’altezza contribuivano a creare un paesaggio unico al mondo. Nulla che fosse grasso e lussureggiante: era un’Africa distillata lungo tutti i suoi milleottocento metri di altitudine, quasi l’essenza forte e raffinata di un continente.” (Incipit dell’opera)

La mia Africa non è un romanzo, bensì un’autobiografia poichè Karen racconta dei suoi anni trascorsi in Kenya a seguito del matrimonio con il barone Blixen e dell’abbandono della Danimarca, sua terra natia. Il libro è un susseguirsi di immagini e ricordi senza un filo conduttore ben preciso: ogni rievocazione è abbastanza sconnessa, frutto di un diario più che di spirito romanzesco.

la casa di Karen Blixen in Kenya
la casa di Karen Blixen in Kenya

Il matrimonio andò male e dopo pochi anni naufragò, mentre il rapporto viscerale che si instaura tra la scrittrice e la nuova terra è narrato nel libro in modo incredibile: la piantagione di caffè diventa la ragione di vita dell’autrice, se ne prende cura così come fa con i Kikuyu, la popolazione indigena. Ben presto conosce e si innamora di Denys (nel film di Pollack è interpretato da un sublime e bellissimo Robert Redford), un esploratore che all’inizio non sembra avere molta voglia di legarsi. Il film è molto più romantico del libro che, invece, si occupa più di descrivere gli immensi paesaggi desolati e della rievocazione di vita quotidiana dei Kikuyu come le loro danze tipiche, le Ngomas. Ma sicuramente Denys è un personaggio maschile importante di cui nel libro si parla diffusamente: è l’unico, a parte i Kikuyu, ad ascoltare le favole della protagonista, Karen con lui uccide il primo leone che stava per assalirla, ed è lui che le regala un grammofono perchè Mozart possa riempire il silenzio della sua casa vuota.

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Meryl Streep e Robert Redford nel film di Pollack

Il libro si conclude con un’intimistica riflessione:

«Io conosco il canto dell’Africa, della giraffa e della luna nuova africana distesa sul suo dorso, degli aratri nei campi e delle facce sudate delle raccoglitrici di caffè. Ma l’Africa conosce il mio canto? L’aria sulla pianura fremerà un colore che io ho avuto su di me? E i bambini inventeranno un gioco nel quale ci sia il mio nome? O la luna piena farà un’ombra sulla ghiaia del viale che mi assomigli? E le aquile sulle colline Ngong guarderanno se ci sono?»

La mia Africa  viene citata nel libro di Salinger, Il giovane Holden. Il protagonista, dopo averlo letto, ne rimane così impressionato che si riferisce alla Blixen dicendo:

«Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira».

Maria Pisani

 

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