Una madre surrogata può rifiutare di “cedere” il nascituro alla coppia che lo ha “commissionato”, adducendo d’aver scoperto che la coppia in questione è formata da due persone dello stesso sesso?

La giustizia thailandese ha risposto no a tale quesito. Patidta Kusolsang, la madre surrogata che aveva rifiutato di firmare i documenti per l’espatrio del neonato, ha dovuto cedere il passo all’americano Gordon Lake e allo spagnolo Manuel Santos, ai quali il Tribunale per i minori di Bangkok, a seguito di una difficile battaglia legale, ha affidato Carmen, il “frutto” della maternità surrogata, figlia biologica di Lake.
Tale vicenda non è stata la prima a scuotere l’opinione pubblica della Thailandia, altre situazioni controverse hanno difatti portato alla promulgazione di una legge, in vigore dal giugno 2015, che vieta a chiunque non sia di nazionalità thailandese di ricorrere alla maternità surrogata, mentre impone ai cittadini thailandesi interessati il possesso di determinati requisiti.

La maternità surrogata, ancora una volta, chiama in causa fattori etici, sociali, giuridici. Cullata dalla convinzione di poter essere la soluzione per coloro invisi alla natura, si presenta alla società civile come un mezzo garantito dall’innovazione scientifica per consentire a chiunque di divenire genitore.

I più critici nei confronti della pratica ritengono che non si possa alludere a nulla di etico, sociale, giuridico finché vi saranno Paesi che consentiranno a coppie o singoli di ricorrere alla surrogazione.
Lo stesso Parlamento europeo, nella relazione annuale sui diritti umani approvata nel dicembre 2015, ha condannato la maternità surrogata, poiché «compromette la dignità umana della donna dal momento che il suo corpo e le sue funzioni riproduttive sono usati come una merce», ritenendo che «la pratica della gestazione surrogata che prevede lo sfruttamento riproduttivo e l’uso del corpo umano per un ritorno economico o di altro genere, in particolare nel caso delle donne vulnerabili nei paesi in via di sviluppo, debba essere proibita e trattata come questione urgente negli strumenti per i diritti umani».
A rendere ostica l’affermazione della GPA quale pratica accettata a livello internazionale e soprattutto europeo ha contribuito anche la bocciatura, risalente al 15 marzo 2016, da parte del Consiglio d’Europa – Commissione Affari Sociali – della relazione “Diritti umani e problemi etici legati alla maternità surrogata” stilata dalla senatrice Petra De Sutter, sostenitrice della GPA nella variante altruistica e ben regolamentata dalla legge – la relazione sottolinea il rischio che l’assenza di una disciplina e la presenza, di contro, del divieto totale possano favorire l’illegalità, una sorta di “mercato nero” della surrogazione. Invero, il voto della Commissione non è stato unanime: 14 i voti favorevoli alla relazione, 16 i contrari, un esito che getta luce su una situazione tutta in divenire. Il citato rapporto del Parlamento Europeo, che considera bistrattati i diritti umani, chiama in causa la mercificazione del corpo, facendo riferimento all’esistenza di una variante lucrativa della GPA, legale in diversi Paesi – il che significa consentire a delle donne di “affittare” previo pagamento il proprio utero.

La maternità surrogata, differentemente dalle altre pratiche di procreazione medicalmente assistita e dall’adozione, ha i contorni di un ingegnoso strumento utile a “fabbricare” bambini “su commissione”: ovulo, sperma e un utero disponibile.

Il dibattito è dunque controverso, perché mescola insieme esigenze varie osservate da punti di vista totalmente differenti: a sostegno della maternità surrogata vi sono il diritto all’uguaglianza e alla libertà di disporre del proprio corpo – il primo, in particolare, sottolinea il concetto secondo cui tutti gli esseri umani sono uguali dinanzi alla legge, la quale ha l’obbligo di favorire l’uguaglianza con ogni mezzo a propria disposizione; diversamente, a sostegno degli avversi alla GPA vi sono la tutela del nascituro e la tutela della dignità umana – entrambe volte a evitare che bambini e madri surrogate diventino merce di scambio, che il diritto all’uguaglianza tramuti anche la nascita di una vita umana in un “freddo diritto” che, alla stregua di concetti astratti quali salute, istruzione e lavoro, debba essere preteso e garantito.

Nella Carta per l’abolizione universale della maternità surrogata, resa pubblica a seguito dell’Assise tenutasi questo febbraio presso la sede dell’Assemblée nationale, si legge che «La maternità surrogata, detta “gestazione per altri” (GPA), praticata in diversi paesi, è la messa a disposizione del corpo delle donne per far nascere bambini che saranno consegnati ai loro committenti». La conferenza è stata organizzata dal Collettivo per il rispetto della persona (CoRP) e vi hanno preso parte attivisti, femministe, politici: nel complesso si è formato un gruppo eterogeneo, del quale i componenti avevano quale interesse comune l’abolizione della GPA poiché considerata un’offesa alla dignità umana, che «fa del bambino un prodotto con valore di scambio, in modo che la distinzione tra persona e cosa viene annullata».
La Carta chiede alla Francia e agli altri Paesi europei di contribuire all’abolizione della pratica su scala internazionale, ponendosi in antitesi a tutti coloro che, Stati interi inclusi, hanno trovato nella maternità surrogata una valida soluzione per consentire a ogni persona la possibilità di essere genitore – contesti in cui si ritiene la dignità non lesa perché vi è libertà di scelta, il nascituro non merce perché desiderato.

Una madre surrogata è un mezzo, un bambino nato dalla GPA è un fine. Ma una donna che ha scelto di prestare il proprio utero percepisce se stessa come un mezzo? E un bambino nato tramite la GPA e cresciuto con amore percepirà se stesso come un fine?

No è quanto probabilmente risponderebbe l’Associazione Luca Coscioni, che nel contesto italiano, contestando la normativa vigente, sostiene la maternità surrogata.
Guardando all’Italia, è difatti necessario richiamare gli articoli 4 e 12 della legge n. 40 del 2004, che regolamenta la procreazione medicalmente assistita. L’articolo 4 al terzo comma stabilisce il divieto di ricorrere a tecniche di tipo eterologo, l’articolo 12 al primo comma vieta la GPA.
L’Associazione Luca Coscioni, in riferimento al sesto comma dell’articolo 12 – «Chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità è punito […]» –, parla di una violazione dei diritti alla salute e all’uguaglianza garantiti dall’articolo 3 della Costituzione e sostiene che dal testo non si comprende «se la surrogazione di maternità sia vietata sempre o solo se sia “commerciale”». Al di là delle critiche relative alla legge italiana, l’Associazione propone un’interpretazione della maternità surrogata scevra di qualsiasi giudizio, presentandola come un’opportunità data dalle innovazioni offerte dalla scienza, le quali, migliorando le condizioni di vita dell’individuo, non potrebbero lederne la dignità: «l’evento della nascita prescinde dall’accoppiamento […]. E in ciò è difficile ravvisare una lesione della dignità della donna che non corrisponde al diritto di proprietà sul suo corpo, ma alla sua libertà di poterne disporre in piena autonomia».

Nuovamente in gioco la libertà di scelta e il diritto all’uguaglianza: ma il prezzo di un’uguaglianza inesistente in natura può davvero essere la disumanizzazione di nascita, maternità e paternità?

Disumanizzate perché considerate diritti da esigere al punto tale da chiamare in causa un terzo elemento da usare quale macchinario per nove mesi, al termine dei quali arriva il prodotto commissionato.
Punto focale del dibattito appare dunque essere il corpo umano, quello della donna e soprattutto quello del nascituro, in relazione all’etica: il problema è invero nel tentativo di stabilire se sia “più etico” concedere alle donne la libertà di scelta e a singoli o coppie l’opportunità di essere genitori a ogni costo oppure se sia “più etico” porre un freno alla scienza e scegliere di non oltrepassare quei confini che definiscono la natura stessa dell’essere umano.

Rosa Ciglio

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