Fernando Pessoa: inquietudine e poesia

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Pessoa

“Nuvole. Esisto senza che io lo sappia e morirò senza che io lo voglia. Sono l’intervallo tra ciò che sono e ciò che non sono, fra quanto sogno di essere e quanto la mia vita mi ha fatto essere, la media astratta e carnale fra cose che non sono niente, più il niente di me stesso. Nuvole… Che inquietudine se sento, che disagio se penso, che inutilità se voglio!”

L’inquietudine sommessa, il timido, ma lancinante nichilismo sotto le sembianze di un grido silenzioso e assordante al contempo, la leggera e ottenebrante malinconia, l’impercettibile, ma spasmodico tormento. Solo alcune, queste, delle caratteristiche che impregnano e traspaiono dalla poetica di uno dei più celebri scrittori della letteratura novecentesca: Fernando Pessoa.

“C’è, tra me e il mondo, una nebbia che mi impedisce di vedere le cose come veramente sono – come sono per gli altri.”

Pessoa

Ed è proprio dalla dimensione minata e corrotta del mondo che il poeta si difende, cerca invano di attribuire un senso all’assurdità imperante di cui è perversamente intrisa la vita, carnefice spietata per chi ha il dono e la maledizione di una sensibilità fin troppo acuta, per chi scrive “ciò che sente perché così facendo abbassa la febbre di sentire”, soccombe e miseramente vede andare in frantumi il sogno utopico dell’equilibrio serafico, con tenue arrendevolezza si concede al “teatro degli orrori” dell’esistenza. Pessoa indossa maschere, con brillante originalità, crea figure alterne, i cosiddetti eteronimi, per tentare di salvarsi e sopravvivere.

“Il poeta è un fingitore.
Finge così completamente
che arriva a fingere che è dolore
il dolore che davvero sente.”

E sono tre le figure a cui lo scrittore dà vita e che si inerpicheranno tra le pagine delle sue opere: Bernardo Soares ne “Il libro dell’inquietudine”, Álvaro de Campos, Ricardo Reis e Alberto Caeiro. Personaggi dotati di una propria esistenza, ognuno con connotati inconsueti e singolari e ognuno che traccia l’impronta della personalità irruente e forsennatamente complessa di Pessoa.

«L’origine dei miei eteronimi è il tratto profondo di isteria che esiste in me. […] L’origine mentale dei miei eteronimi sta nella mia tendenza organica e costante alla spersonalizzazione e alla simulazione. Questi fenomeni, fortunatamente, per me e per gli altri, in me si sono mentalizzati; voglio dire che non si manifestano nella mia vita pratica, esteriore e di contatto con gli altri; esplodono verso l’interno e io li vivo da solo con me stesso.»

Pessoa

Dalla scomoda sensazione di sentirsi straniero in ogni città alle diverse fasi poetiche che finiscono per approdare al nichilismo di Álvaro de Campos, pseudo autore di “Tabaccheria”, alla vita bucolica condotta da Alberto Caeiro che, nonostante la preparazione elementare, è considerato come il “maestro” fra gli eteronomi, dal temperamento “latinista e monarchico” all’armonia simmetrica e solida di Ricardo Reis. Questi gli autori fittizi che popolano la mente di Pessoa e si riversano non solo nei suoi scritti, ma nella sua stessa vita. Del resto:

“Con una tale mancanza di gente coesistibile come c’è oggi, cosa può fare un uomo di sensibilità, se non inventare i suoi amici, o quanto meno, i suoi compagni di spirito?”

Pervaso di visionario simbolismo, ma anche di angoscia tetra, che non manca di punte di amara e sardonica ironia, così si rivela quella che Pessoa definisce come «autobiografia senza fatti»: il suo capolavoro “Il libro dell’inquietudine”. Come una testimonianza di strambe divagazioni, di pensieri che sondano la mente umana fino a giungere alla soglia dell’inconscio inquietante, l’opera è propriamente un “diario dell’anima”, traboccante di confessioni a lungo taciute, riflessioni recondite, turbamenti smaniosi e affannosa tristezza.

Non sono niente.
Non sarò mai niente.
Non posso voler essere niente.
A parte questo, ho dentro me tutti i sogni del mondo.

Clara Letizia Riccio

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