Il 4 maggio 1949, alle 17:05, il calcio italiano (e mondiale) subiva la ferita più grande. Su Torino il cielo era grigio, allora come oggi, e la pioggia cadeva forte.

Il trimotore Fiat G.212 delle Avio Linee Italiane siglato I-ELCE, proveniente da Lisbona via Barcellona, si stava avvicinando alla pista aerea della città subalpina. L’altimetro segnava quota 2000 metri, ma si era guastato in volo: la vera altitudine era di circa 700 metri. Nelle manovre, il velivolo centrò il terrapieno posteriore della Basilica di Superga e prese fuoco; incredibilmente il convento sito dietro la basilica restò illeso.

lapide grande torino
La lapide del Grande Torino a Superga

Chi c’era ricorda bene quel momento: «Pioveva, ma non c’erano tuoni. All’improvviso si sentì un botto: tutti pensammo che fosse scoppiata una bomba, ché ci ricordavamo ancora quelle che ci cadevano addosso qualche tempo prima, poi la radio ci diede quella notizia che non avremmo mai voluto sentire».

Il 30 aprile 1949, dopo uno 0-0 a San Siro contro l’Inter di Benito “Veleno” Lorenzi, il Torino aveva raggiunto un margine di sicurezza sufficiente in campionato e ricevette dal presidente Ferruccio Novo l’autorizzazione a recarsi a Lisbona per giocare, il 3 maggio, un omaggio al capitano del Benfica e del Portogallo Francisco Ferreira; per la cronaca vinsero i lusitani per 4 a 3, come ricordato da un recente documentario.

Curiosità è che gli organizzatori dell’incontro avevano inizialmente pensato al decaduto Bologna come ospite, ma fu Ferreira in persona, dopo un Italia-Portogallo disputato a Genova in febbraio, ad accordarsi con il capitano granata e azzurro Valentino Mazzola, il quale spese la propria parola. Sulla via del ritorno, all’aeroporto di Barcellona, i granata pranzarono insieme ai giocatori del Milan, che si stavano recando ad affrontare in un’amichevole il Real Madrid.

Ma cosa ha rappresentato il Grande Torino?

Il Grande Torino è stato un simbolo di speranza per l’Italia distrutta dell’immediato dopoguerra, come Bartali e Coppi. Lo spiega bene, in piemontese, lo scrittore Giovanni Arpino nella poesia Me Grand Turin, della quale traduco qualche verso in italiano:

Venivamo dal nulla, dalla guerra e dalla fame,
carri bestiame, tessere, galera,
fratelli morti in Russia e partigiani,
famiglie separate, persa ogni bandiera.
Eravamo poveri, lividi, spaventati,
neanche un soldo in tasca e per lavorare
dovevi sorridere, brigare, pregare
fino all'ultima goccia del tuo fiato.
Fumare voleva dire una sigaretta in quattro,
per divertirsi bisognava ridere di poco,
per mangiare si mangiavano anche i gatti,
eravamo nessuno: i furbi come gli scemi.
Ma un fiore l'avevamo e eri tu, Torino,
tagliata nell'acciaio era la tua bravura
gioventù nostra, che tutte le preoccupazioni
portavi via con la tua faccia dura.

Cos’era il Grande Torino?

Per un tifoso, la risposta è semplice. La squadra più forte del mondo, o comunque una delle più forti di tutte le epoche. Undici nomi recitati come un rosario nei momenti difficili per i colori granata. Come si leggeva all’epoca nelle radiocronache di Nicolò Carosio, scandendo le pause secondo l’antico modulo 2-3-5 e la numerazione da 1 a 11: Bacigalupo; Ballarin, Maroso; Grezar, Rigamonti, Castigliano; Menti, Loik; Gabetto, Mazzola, Ossola.

Valerio Bacigalupo era il giovane portiere del Grande Torino. Segnalato ai granata dal fratello Manlio, che a Torino vinse il campionato 1927/28, teneva nel portafogli la foto dell’amico Lucidio Sentimenti IV, portiere della Juventus e suo “rivale” in nazionale.

Aldo Ballarin era il terzino destro, e portò con sé il fratello Dino, portiere di riserva.

Virgilio Maroso era il terzino sinistro, capostipite dei grandi di quel ruolo come Giacinto Facchetti e Paolo Maldini. Era uno dei giocatori più talentuosi.

Giuseppe Grezar, triestino, era il mediano destro. A lui era intitolato lo stadio della città natale, ora dedicato a Nereo Rocco.

Mario Rigamonti, centromediano, era famoso per la sua passione per il motociclismo.

Eusebio Castigliano, mediano sinistro, era dotato di una gran tecnica e di apprezzabili doti balistiche: è infatti famoso per il gioco di infilare una moneta nel taschino della giacca con un colpo di tacco. Fu l’ultimo grande frutto del vivaio della Pro Vercelli.

Romeo Menti, ala destra, era lo specialista dei calci di punizione.

Ezio Loik, nato a Fiume, in Istria, giocava come mezzala destra. Arrivò dal Venezia nel 1942, insieme a Capitan Valentino.

Guglielmo Gabetto, torinese doc, era il centravanti. Scartato a 25 anni dalla Juventus, con la quale vinse uno scudetto, dimostrò ai bianconeri che avevano commesso un grave errore. Il “barone” veniva anche chiamato gagà, a causa della sua eleganza e del ciuffo brillantinato.

Valentino Mazzola, capitano e mezzala sinistra, era il simbolo di quella squadra straordinaria, e caso vuole che la sua maglia fosse la numero 10. Uno dei giocatori più carismatici, leader indiscusso, al suono della tromba di Bolmida, allo stadio Filadelfia, si rimboccava le maniche (da cui il modo di dire) e trascinava la squadra nel celebre quarto d’ora granata, nel quale il Torino giocava al massimo delle sue potenzialità e risolveva le partite difficili. Ha lasciato al calcio due figli, Ferruccio ed il futuro pilastro della Grande Inter Sandro. José Altafini, prima di arrivare in Italia, era conosciuto in Brasile col soprannome di “Mazola”.

Franco Ossola, ala sinistra. Arrivato diciottenne a Torino nel 1939 su segnalazione di Antonio Janni, è stato il primo pilastro del Grande Torino.

Solo il Fato li vinse. Onore al Grande Torino.

Simone Moricca

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