Scienza ”open source”: la rivoluzione di Ilaria Capua

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Quello che è successo ormai dieci anni fa, nel 2006, rimarrà nella storia. E non parliamo del leggendario trionfo degli azzurri in quel di Berlino, bensì di un vero e proprio atto rivoluzionario che oggi, quasi in silenzio, permette di combattere con maggiore efficacia quei virus che puntualmente producono epidemie un po’ in tutto il mondo.

Ebbene sì, la scienza certe volte non è soltanto scoperte o nuove tecnologie, è anche un mondo fatto da scelte forti e prese di posizione che a distanza di anni danno i propri frutti. Questa storia, che parla del virus dell’influenza aviaria H5N1 e della ricercatrice italiana Ilaria Capua, lo dimostra appieno.

E’ il 2006 appunto e l’epidemia dell’influenza aviaria è al centro dell’attenzione in tutto il mondo. Il virus proviene dagli allevamenti di polli e sta mietendo vittime soprattutto nei paesi più poveri, affacciandosi in maniera preoccupante anche in Occidente.

Si cerca una soluzione immediata, ovviamente, partendo da un presupposto ormai fondamentale, la “decodifica” del genoma del virus stesso, dell’ormai famoso H5N1.

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Il team della Capua, presso il Dipartimento di Scienze Biomediche Comparate dell’Istituto Zooprofilattico sperimentale delle Venezie, ci riesce, aprendo la strada a quella che sarà una soluzione al problema, verosimilmente un vaccino.

Ed è proprio in questo momento che le cose cambiano, quando la Capua viene contattata da un responsabile dell’OMS che gli chiede di depositare la sequenza del virus presso una banca dati ad accesso limitato, in cambio dell’accesso allo stesso database. Niente di che in realtà, visto che si tratta di una pratica di routine, almeno fino a quel momento.

Parlavamo di atto rivoluzionario? Eccolo qua servito, la ricercatrice, che lavora nell’ambito dell’OIE (l’equivalente veterinario dell’OMS) si rifiuta di cedere la sequenza del virus e la carica su una banca dati aperta, l’archivio Open Source GenBank, rendendola di fatto disponibile a tutti i ricercatori del pianeta.

La Capua motiva la sua scelta affermando senza mezzi termini che il suo lavoro è pagato con soldi pubblici e che quindi ogni risultato deve essere condiviso in maniera tale da renderlo disponibile all’intero mondo della scienza, in tutte le sue sfumature, per far sì che la ricerca di cure e soluzioni sia più rapida ed efficace. Ed invita i suoi colleghi a fare altrettanto, che si tratti di virus o altro.

Da quel momento succede un po’ di tutto, da una parte popolarità e riconoscenza, dall’altra critiche anche pesanti. Qualcuno ne approfitterà pubblicando studi a proprio nome, altri cercando addirittura di brevettare virus. Fatto sta che da quel momento iniziano a nascere banche dati aperte un po’ dappertutto e questo tipo di approccio viene usato universalmente e con efficacia, anche, guardando a situazioni recenti, nella lotta al virus ebola.

La svolta è che la scelta della ricercatrice italiana ha permesso di creare una connessione stabile tra il mondo della medicina umana e quello della veterinaria. Considerando che il 70% delle malattie che ci minacciano arriva dagli animali e che questi due settori non hanno mai viaggiato in maniera proprio parallela la rivoluzione prodotta da questo atto è cosa non da poco.

E’ chiaro che la strada per una condivisione globale è ancora molto lunga, basti pensare che alcuni stati hanno leggi che limitano pesantemente questo tipo di procedure e dovrebbero intervenire proprio a livello normativo per modificarle, scontrandosi quindi con interessi pubblici, privati e quant’altro. Come in Brasile ad esempio, dove la legislazione ferrea non permette di affrontare nella maniera dovuta l’emergenza del virus Zika.

Quello che è certo, oggi, è che la scienza non potrà più sottrarsi alle “regole” della globalità e della condivisione, al netto del tempo che ci vorrà. E’ successo per l’economia, per l’informatica e per tante altre cose che oggi diamo per scontate.

Che sia un virus, una app per lo smartphone, un pacchetto per l’ultima versione di Ubuntu o un prodotto ordinato direttamente ad Hong Kong, il nostro mondo sta pian piano diventando open source. Forse è giusto, forse no, fatto sta che ormai ci siamo dentro e non possiamo più tornare indietro. Possiamo solo essere bravi ad applicare la regola di sempre, forse la più universale che c’è, quella che dice che non è tanto lo strumento quanto l’uso che se ne fa.

http://www.lescienze.it/news/2016/04/02/news/una_rivoluzione_virale-3036716/

http://www.ncbi.nlm.nih.gov/genbank/

Mauro Presciutti

 

 

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Sono laureato in Radiologia e Radioterapia ed in Biologia, mi occupo di agricoltura sostenibile e sono un attivista politico impegnato sui temi sociali, dei diritti, del lavoro e dell'ambiente. Credo che il futuro di questo paese passi dalla ricerca e dall'innovazione, credo anche che siamo ancora molto lontani da quel futuro.

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