La scelta di Berlusconi di candidare Alfio Marchini e scaricare Bertolaso è senza dubbio la svolta politica più importante del Cavaliere dai tempi del cosiddetto “Patto del Nazareno” con Matteo Renzi.

All’età di 79 anni il leader di Forza Italia è riuscito a riprendersi i riflettori di tutta Italia e la sua mossa può essere il punto di partenza per elaborare alcune considerazioni su centro-destra ed elezioni romane.

1. Berlusconi ha ancora sete di potere

Partiamo da una considerazione che potrebbe sembrare banale, ma che in realtà espone una tesi per nulla scontata: Berlusconi ha ancora sete di potere. Ovviamente, si dirà, è questo un tratto comune a non pochi politici, o magari alla maggior parte di essi. Berlusconi è inoltre uno dei politici italiani ad avere mostrato la propria aspirazione al potere nella maniera più esplicita, dai tempi della scesa in campo negli anni ’90 a quelli della super rimonta nelle politiche 2013, in cui spedì lettere agli italiani con le quali, in cambio di un voto, prometteva la restituzione dell’IMU su conto corrente o in contanti.
Ma oggi che la situazione è cambiata, e il vento non sembra più tirare a suo favore, qualcosa sarebbe potuto cambiare.
Alla guida della coalizione di centro-destra raccolse nel 2013 il 21,56% dei consensi elettorali, ma oggi Forza Italia secondo i sondaggi viaggia intorno al 13%, dopo una caduta vertiginosa coincisa con il successo sempre più ampio della Lega a sud della “Padania”.
Giorgia Meloni è una candidatura forte a Roma e con l’appoggio del Cavaliere lo sarebbe stata ancor di più. Insomma, qualora lo avesse voluto, Berlusconi sarebbe potuto balzare sul carro dei possibili vincitori senza farsi troppe domande e semplicemente mantenendo unito l’attuale centro-destra, a patto di cederne un pezzetto a Salvini.
Così non è stato: Berlusconi con Marchini lancia di fatto un nuovo centro liberale, la cui leadership resta salda nelle sue mani.

2. Il centro-destra torna forte, ma non a Roma

Non è ancora chiaro se lo strappo con la Lega si ripeterà anche a livello nazionale, e soprattutto, qualora dovesse verificarsi, non si sa ancora quanto sarebbe netto e irricucibile in vista delle prossime politiche.
Certamente se Berlusconi, come sembra, dovesse veramente costruire una nuova forza centrista che si proponga come una valida alternativa agli occhi dell’elettorato moderato sedotto da Renzi, la varietà di “offerta” presentata da un’eventuale super coalizione includente Salvini permetterebbe al Cavaliere di presentarsi alle prossime elezioni politiche con una forza elettorale perduta da tempo.
Per quanto riguarda le prossime amministrative romane, però, la questione è ben diversa. Dopo le dichiarazioni al veleno di Meloni e Salvini, è da scartare una convergenza last minute di questi su Marchini. E dunque, scanso imprevisti, Meloni e Marchini correranno l’uno contro l’altro per conquistarsi il ballottaggio, in una sfida che probabilmente svantaggerà entrambi.
La sensazione è che Berlusconi, se avesse avuto la certezza di una sconfitta della Meloni (e quindi di Salvini), avrebbe perso anche lui volentieri con Bertolaso. Avrebbe fatto correre in solitaria Marchini e si sarebbe riservato la svolta centrista per tempi più proficui, magari in vista delle politiche.
Sembra questo quindi il motivo di un’attesa tanto lunga, altrimenti insensata: Berlusconi ha aspettato gli ultimi sondaggi per vedere esattamente quanto fosse forte la Meloni. Una volta constatato che questa avrebbe potuto vincere nonostante la candidatura di Bertolaso, ha rimpiazzato l’ex capo della Protezione Civile con un “disturbatore” di ben altra forgia, il lanciatissimo Marchini.

3. Salvini è più debole di quanto sembri

La svolta di Berlusconi ha ricordato a tutti quanto il Cavaliere tenga in considerazione Salvini: zero.
Il leader della Lega Nord risulta essere un buon alleato solo in virtù della fetta elettorale che lo sostiene, non certo per altro. E se è vero che in questo momento, secondo i sondaggi, Forza Italia e Lega raccolgono più o meno la stessa (bassa) quantità di consensi, è anche vero che ipotizzare una destra lepenista in cui si ribaltino i ruoli e Berlusconi diventi un asservito di Salvini è pura fantascienza.
Mettiamola così: è vero, Berlusconi al momento non potrebbe mai governare senza Salvini, ma cosa sarebbe Salvini senza Berlusconi?
La differenza tra i due leader è stata ben riassunta e resa evidente proprio da questo recente strappo romano: Berlusconi può sostituire Salvini e immaginare una nuova forza centrista priva dell’appoggio di quest’ultimo, mentre Salvini risulta assai isolato e incapace di negoziare veramente con le altre forze politiche in gioco. A Salvini mancano, in un certo senso, le potenzialità diplomatiche di Berlusconi.
A dire il vero il leader di Forza Italia avrebbe motivo di preoccuparsi maggiormente dell’ascesa di Giorgia Meloni. L’ex MSI, qualora dovesse un giorno abbandonare la scena locale per dedicarsi a quella nazionale, sarebbe di certo un avversario più ostico, che contendendo a Salvini la sua stessa fetta di elettorato, potrebbe contare in più su un brand più “nazionale”, a differenza della Lega Nord che in assenza di un restyling è destinata a raccogliere consensi sempre limitati al sud.
Berlusconi lo sa e affronterà il problema quando sarà il momento. Lo sa anche Salvini e la spinge in una piazza difficile come Roma, dove perdere o governare male sono al momento eventualità ben più probabili di un successo duraturo.

Valerio Santori
(Twitter: @santo_santori)

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