Re Lear e il silenzio di Dio al Teatro Mercadante

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Ancora due importanti eventi per la commemorazione del 400esimo anniversario della morte di William Shakespeare. Questa volta chiave interpretativa del suo pensiero è stata la tragedia Re Lear, un dramma che trasuda amarezza e un bruciante senso di continua frustrazione.

Nei giorni: 20, 22, 26, 29 aprile il teatro Mercadante ha messo in scena l’opera seguendo il copione tradotto da Masolino D’Amico e con l’adattamento e la regia di Giuseppe Dipasquale. La mancanza delle impalcature non ha ostacolato in alcun modo la buona resa delle serate, grazie all’energia degli attori e forse anche un po’ all’ immaginazione dello spettatore. Tale tragedia è stata anche oggetto di discussione e di analisi nel pomeriggio del 5 maggio durante un convegno a Palazzo Reale, con i preziosi interventi del professore di letteratura inglese dell’Università di Napoli Federico II, Stefano Manferlotti.

Mai fidarsi di Shakespeare e delle sue parole, gocce destinate a ricomparire in modo ciclico, delineando il fiume di una storia in piena. La letteratura si fa psicologa della vita, si occupa di sbrogliare i fili di una matassa infinita, intessuta di ipotesi e di non detti. Il protagonista si macchia sin da subito di due tragici errori: cede il suo potere alle figlie e, pur essendo anziano, non ha mai imparato ad ascoltare, a capire. E il non capire stesso si fa tragedia.

Il tema universale della morte si fa spazio prepotente, sgomitando tra lotte di potere e sfuriate di invidia e gelosia, in una famiglia distrutta dai malintesi. Le tre sorelle per ottenere una parte del terreno del padre non devono far altro che dimostrargli il loro affetto. Roberto Pappalardo nei panni di Goneril dichiara di non poter quantificare il suo amore, ma, contraddicendosi, inizia un lungo discorso, ineffabile, con la ripetizione ossessiva della parola “amore” e di continue parole piane. “Io vi amo più della libertà e dello spazio”, ma è curioso il fatto che re Lear perderà entrambi.

“Hai buttato tutte le tue cariche, ti resta solo questo [..]. Ti sei tenuto l’acqua sporca , io sono matto, ma tu? Tu non sei niente.” Recita Anna Teresa Rossini nel suo personaggio, Il Matto, colui che ha il delicato compito di commentare e di criticare gli eventi, con la sua voce della verità.

Cordelia sceglierà invece la strada del silenzio, del sentimento vero e sincero, inizio di un labirinto che in un gioco drammaturgico darà ciclicità alla trama: sarà cacciata, accusata di non meritare attenzioni dalla sua famiglia per questo suo comportamento, per poi ritrovarsi, alla fine, al cospetto di quel padre che con la sua ascesa catartica ha fatto aprire gli occhi un po’ a tutti gli spettatori.

Re Lear come il Duncan del “Macbeth” è un padre terribile, un motivo di analisi del rapporto genitoriale secoli dopo la diffusione delle tragedie di Edipo, secoli prima la venuta di Freud.

Merita la punizione che gli sarà inflitta perché cieco di fronte agli eventi. A tal proposito nell’Agamennone di Eschilo si legge che Zeus abbia dato saggezza e chiarezza (conoscenza) ai mortali, due virtù ben distinte e che non dipendono l’una dall’altra. Re Lear arriverà alla seconda, senza guardare mai davvero il mondo con saggezza. Il prossimo step da superare è infatti quello dell’espiazione, un percorso che, dopo l’umiliazione ricevuta dalle due figlie che lo hanno ridotto ad una condizione infantile, gli priverà della sua ultima luce, quella della ragione.

Come protagonista di una catabasi dantesca Lear attraversa una tempesta che lo condurrà alla follia, quel “motto sacro” che gli antichi pensavano avvicinasse a Dio, ma che per Amleto sarà invece l’unica strada verso la verità. La denominazione della conferenza “Il silenzio di Dio” deriva proprio da questa concezione: Learla natura è impassibile di fronte alle sofferenze, con un moto quasi leopardiano e in opposizione a quei Romantici che invertiranno completamente tale concetto. Il senso di tempo e spazio sfuggono da ogni concezione, anche una prigione diventa aperta ed infinita dopo quell’epifania che farà finalmente ricongiungere Cordelia con suo padre.

Il professore Manferlotti argomenta l’ultima scena della tragedia citando un passo del componimento 114 del primo libro di Marziale, in cui si legge di un lamento a tratti atroce:

Qui egli ha sepolto le ceneri della figlia
e ha consacrato il nome di Antulla,
che tu leggi -ma era più adatto che ad essere letto
qui sulla tomba fosse stato il nome del padre-.
Sarebbe stato più giusto che alle ombre Stigie
fosse sceso il padre: ma poiché ciò non fu permesso,
egli (il padre) possa vivere, almeno, per onorare queste ossa.”

Nello stesso vocabolario della Crusca non esiste un termine per delineare la condizione di un genitore, dopo la morte del proprio figlio e Cordelia, vestita di bianco, in un candore che sa di verginità e funerea capitolazione dà a Lear il più grande dolore che un padre può subire. Con una pregnanza che solo Dante ha saputo enunciare, con quelle costruzioni metriche, nemiche dell’effusione, Shakespeare invoca la vita: “Perché deve avere vita un cane, un cavallo, un topo e tu.. tu sei esanime?”

Alessia Sicuro

 

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Diplomata al liceo scientifico sperimentale PNI, matricola alla facoltà di lettere moderne della Federico II, ha sempre voluto avere una visione a 360 gradi di tutte le cose. Accortasi che la gente preferisce bendarsi invece di scoprire ed affrontare questa società, brama ancora di tappezzare il mondo coi propri sogni nel cassetto. Divora libri, vecchie storie, vorrebbe guardar il futuro con degli occhiali magici per riportar solo belle notizie alla gente disillusa. Vorrebbe indossare scarpe di cemento per non volar sempre con la fantasia, rintagliarsi le sue ali di carta per dimostrare, un giorno, che questa gioventù vale! Vorrebbe esser stata più concreta fin dall’inizio, essere interessata ai soldi come tutta la gente normale e non sentirsi in pace col cosmo solo perché sta inforcando una penna. Si, vorrebbe, ma bisogna sempre svegliarsi.

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