I 102 indagati del Pd insegnino qualcosa a Renzi

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Fa impressione la lista dei 102 indagati tra le fila dem elaborata dal Fatto Quotidiano questa settimana, e ciò che suscita nel lettore medio che si approccia ad essa è innanzitutto sconcerto, con annessa una certa dose di grillismo più o meno consapevole.

Un’altra sensazione erronea del lettore medio, una volta immersi in questo papiro di nomi, accuse e sentenze è che non esista persona fra i dem che possa essere scagionata quantomeno dal sapere e non aver denunciato.

Una sensazione sbagliata, sicuramente semplicistica, ma al contempo lecita per chi in materia giudiziaria è poco ferrato e non ha mai visitato un circolo del Pd in tutta la sua vita: vale a dire per la maggior parte della popolazione italiana.

La disaffezione dei cittadini per la politica non l’hanno scoperta di certo i pentastellati. Sappiamo quanto questo sentimento fu rilevante per l’ascesa negli anni ’90 di quell’imprenditore che con la vecchia politica non voleva entrare a patti, il Silvio Berlusconi nella sua fase meno diplomatica.
Non deve stupire che anche oggi chi promette di essere “altro”, e per il momento dà adito a contro-accuse certamente incomparabili per quantità ed importanza alle magagne “degli altri ancora”, non possa che accrescere la propria base elettorale, o comunque non perdere terreno. Il Movimento Cinque Stelle è destinato a mantenere la propria spinta anti-sistema almeno fino a quando verranno meno quelle differenze ad oggi evidenti con i partiti avversari, grazie ad una rinata moralità politica italiana o a una perdita di fascino del Movimento stesso.

La squadra del premier Renzi ha scelto la strada della contro-accusa per fronteggiare il danno di immagine irreparabile che il suo partito sta subendo a causa della gran quantità di avvisi di garanzia ricevuti da molti membri dem: minimizza comportamenti difficili da fraintendere, poiché spesso le indagini arrivano a sentenza, e infuoca il dibattito intorno a qualunque tipo di stortura ravvisata dall’altra parte della barricata.
Un gioco politico rituale, che molte volte nel nostro paese è stato vincente, ma che forse in questa occasione non basta più a ottenere quella sorta di “consenso riflesso” che ne ha sempre giustificato l’utilizzo. Un votante m5s potrà anche scegliere di abbandonare la causa dopo essere venuto a conoscenza dell’avviso di garanzia recapitato all’attuale sindaco pentastellato di Livorno, ma quasi certamente tramuterà questo suo voto in astensione, poiché non esiste nel panorama politico italiano un movimento così in linea di continuità con la prospettiva astensionista come lo è per valori e storia il m5s, e la battaglia fine a se stessa rischia quindi di comportare un’involuzione democratica pericolosa in termini di partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica.

La strada più “virtuosa”, e forse anche più efficace, che la Segreteria del Partito Democratico potrebbe intraprendere, è quella del rinnovamento interno. Valori come trasparenza e senso di responsabilità, spesso citati dal Matteo Renzi sindaco di Firenze, non sono stati mai perseguiti programmaticamente, e sono rimasti fino a questo momento pura astrazione simbolica.
Vada per i processi passati, riguardo ai quali il segretario-premier non può fare molto (se non prendere i giusti provvedimenti al momento della sentenza), ma confermare un “investimento politico” massiccio su personaggi ad oggi pluri-indagati come il Presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, è il simbolo di un’assenza di volontà di cambiamento.
Tra la via dell’attacco mediatico e quella del rinnovamento interno, è quest’ultima senza dubbio la più ostica da perseguire, ma da un uomo che sulla promessa di cambiamento ha costruito la sua stessa immagine politica era forse lecito aspettarsi qualcosa di più.

Valerio Santori
(twitter:@santo_santori)

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