Propaganda war: l’aiuto della Gran Bretagna ai ribelli siriani

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Nonostante la tregua imposta dalle Nazioni Unite lo scorso 27 febbraio, in Siria non si fermano gli scontri armati tra l’esercito del regime e i gruppi ribelli. Continuano le operazioni via terra, continuano i bombardamenti e si intensificano le violenze. Come riportato dall’Internazionale, solo ad Aleppo sono morte circa trecento persone nelle ultime due settimane. Da luglio 2012 infatti, la guerra civile ha assunto caratteri sempre più preoccupanti e incontrollabili, spingendo le potenze mondiali a intervenire nel conflitto, sia direttamente attraverso raid aerei, sia indirettamente con l’invio di finanziamenti e armi.

Ma c’è anche un altro modus operandi intrapreso dall’esterno dei confini siriani: quello della campagna di propaganda mediatica. Il The Guardian ha rivelato che il governo britannico, a partire dall’autunno 2013, ha iniziato segretamente a contribuire alle sorti del conflitto attraverso la diffusione e la manipolazione di informazioni, con l’obiettivo di favorire la cosiddetta ‘moderate armed opposicion, un insieme di alleanze armate formate da gruppi non fondamentalisti, uniti per respingere l’avanzata di Daesh, ma anche nella resistenza contro il regime oppressivo di Bashar al Assad.

Il Regno Unito avrebbe speso circa 2,4 milioni di sterline in finanziamenti “a supporto alle operazioni mediatiche e alla comunicazione strategica dell’opposizione siriana moderata”, in quella che lo stesso David Cameron ha definito «propaganda war» contro lo Stato Islamico.

Sotto la costante supervisione del Ministero della Difesa, i contratti per gli affidamenti degli ‘appalti’ mediatici sarebbero gestiti dalla Regester Larkin, un’agenzia internazionale di comunicazione, che attraverso la società Innovative Communications & Strategies (InCoStrat), avrebbe il compito di produrre “video, foto, rapporti militari, trasmissioni radiofoniche, prodotti per la stampa e post di social media“, al fine di  costruire una realtà distorta e contraffatta, che migliorerebbe davanti all’opinione pubblica l’immagine di alcuni gruppi ribelli, considerati più ‘idonei’ e meno pericolosi. Il ruolo determinate del governo britannico nelle operazioni mediatiche rimarrebbe sempre protetto e nascosto dietro i loghi dei combattenti dell’opposizione, con i quali la propaganda viene trasmessa e fatta circolare.

Il problema più delicato sta nel fatto che questi ribelli moderati, sostenuti dalla Gran Bretagna (ma non solo), non hanno problemi ad allearsi con i jihadisti più estremisti a seconda dell’opportunità. Diventa quindi molto difficile, spesso, distinguere tra gruppi terroristi pericolosi e fazioni più controllabili. A marzo, in un’intervista alla testata russa Sputnik, Assad ha criticato le potenze internazionali per non essere ancora intervenute in modo serio contro il terrorismo, ma soprattutto ha accusato alcuni paesi, anche europei, di ostacolare volontariamente la risoluzione del conflitto, con lo scopo di voler imporre i propri negoziati: «esiste il terrorismo in Iraq ed è supportato direttamente dalla Turchia, dalla famiglia reale dell’Arabia Saudita, nonché da parte dei paesi occidentali, in particolare da Francia e Regno Unito».

Parole molto dure da parte di una figura sicuramente poco credibile, soprattutto se si tratta di terrorismo, di diritti umani e di soluzioni pacifiche, considerando che il presidente siriano è fortemente sospettato di gravi crimini contro l’umanità. In questa guerra civile l’attenzione dei media occidentali si è concentrata soprattutto sulle atrocità commesse dall’Isis, che ha distrutto intere città, massacrato e deportato migliaia di civili innocenti e imprigionato intere popolazioni. Ma le milizie di Assad non sono affatto meno crudeli e sanguinarie, non solo sul campo di battaglia, ma anche nella violazione su larga scala di diritti umani: le atrocità commesse nelle prigioni, le brutali torture, le esecuzioni sommarie, la feroce repressione e lo sterminio di ogni tipo di oppositore politico. Violenze compiute sistematicamente e presenti nel lungo elenco di crimini che l’Onu ha pubblicato in un rapporto dello scorso febbraio, delineando un vero e proprio terrorismo di stato, lo stesso terrorismo di cui Assad accusa l’Isis e i gruppi ribelli.

Nonostante l’indiscutibile deplorevolezza di molte azioni compiute dal regime, rimane il fatto che tra le alleanze ‘moderate’ favorite dalla propaganda britannica, si nascondono anche organizzazioni quantomeno discutibili e poco raccomandabili. È il caso dei miliziani di Harakat Hazm e di Jeish al-Islam, inseriti dalla Russia nella lista delle organizzazioni terroristiche, ma anche in un rapporto di Human Rights Watch, che accusa Jeish di aver rapito e ucciso quattro attivisti per i diritti umani nel Dicembre 2013, di aver utilizzato prigionieri e civili come scudi umani e di aver commesso crimini di guerra. Non sarebbe la prima volta che l’intervento poco ‘accorto’ delle potenze occidentali finisca col favorire indirettamente i gruppi più estremisti, o, peggio, proprio gli jihadisti dello Stato Islamico. Basti pensare al rapporto del 2014 da parte del Conflict Armament Research, che denunciava come le stesse armi date da Washington a quelli che dovevano essere ribelli siriani moderati, fossero finite in mano all’Isis, che avrebbe così potuto combattere con fucili di “Property of US Gvt” e conseguire con essi diverse vittorie.

Un portavoce del governo britannico ha negato il coinvolgimento di Jeish al-Islam nelle alleanze ribelli appoggiate dalla propaganda del Ministro della Difesa o da qualsiasi organizzazione supervisionata dalla Gran Bretagna, ribadendo l’accuratezza e la rigorosità nella selezione dei corpi armati a cui dare assistenza. Resta, però, l’esigenza di un chiarimento approfondito e dettagliato riguardo la posizione del governo inglese sul fronte siriano, soprattutto per acclarare quali siano i criteri di distinzione tra gruppi definiti ‘moderati’  e quelli considerati terroristici.

Rosa Uliassi

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