Il dissidio tra pesantezza e leggerezza in Kundera

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“«Einmal ist keinmal». Tomáš ripete tra sé il proverbio tedesco. Quello che avviene soltanto una volta è come se non fosse mai avvenuto. Se l’uomo può vivere una sola vita, è come se non vivesse affatto.”

Ne “L’insostenibile leggerezza dell’essere” la vita è violentata dalla leggerezza che, paradossalmente, non trascina l’uomo nell’agognato vortice dell’armonia estatica, della sobrietà costumata dalla stabilità dell’ordinario; al contrario di ogni aspettativa, con il suo peso insostenibile, con il suo equilibrio precario, la leggerezza lo ingabbia e lo soggioga quasi impercettibilmente, ingannandolo. L’uomo fugge pavidamente di fronte al suo fantasma, sussulta innanzi all’ombra inconsistente e turbinosa dell’evanescenza, teme la profonda e insopportabile insensatezza che travolge l’intera esistenza umana. Si riversa su di lui l’impellente bisogno della necessità, dell’ “es muss sein” di beethoveniana memoria. Egli, senza opporre alcuna resistenza, soccombe al folle e assurdo desiderio di attribuire un senso alla concatenazione di eventi che caratterizzano la vita, brama di scoprire un significato in essa, è schiavo dell’essenza della dea Ananke, è avvinto da quest’ultima e sceglie di rimanere imprigionato tra le sue briglie. Questa è la pesantezza. Pur tuttavia, gli è essenziale la leggerezza.

“Ma davvero la pesantezza è terribile e la leggerezza meravigliosa? Il fardello più pesante ci opprime, ci piega, ci schiaccia al suolo. […] Quanto più il fardello è pesante, tanto più la nostra vita è vicina alla terra, tanto più è reale e autentica. Al contrario, l’assenza assoluta di un fardello fa sì che l’uomo diventi più leggero dell’aria, prenda il volo verso l’alto, si allontani dalla terra, dall’essere terreno, diventi solo a metà reale e i suoi movimenti siano tanto liberi quanto privi di significato. Che cosa dobbiamo scegliere allora? La pesantezza o la leggerezza?”

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Come in un quadrato aristotelico, così si incatenano le storie dei quattro personaggi che popolano le pagine del romanzo: Tomàš, illustre chirurgo in carriera, ossessionato dalle donne per il tentativo di trovare in loro il dettaglio che rende diverse le une dalle altre nella loro unicità, ma innamorato unicamente di Tereza che per lui era “un bambino messo da qualcuno in una cesta spalmata di pece e affidato alla corrente”. Tereza, agli occhi della madre incarnazione del suo sbaglio più grande, con la sublime tragicità tipica delle donne di manzoniana memoria, indissolubilmente legata da un vincolo di fedeltà devota a Tomàš, che cerca di esulare da quel mondo troppo prosaico e impoetico, trovando rifugio nei libri e nella campagna. Sabina, amante di Tomàš, per la quale “tradire significa uscire dai ranghi. Tradire significa uscire dai ranghi e partire verso l’ignoto.”, atterrita dalla minaccia di una storia d’amore esclusiva e “pesante”, sulla quale grava il fardello dell’insostenibile leggerezza dell’essere, che non riesce a portare a termine nessuna missione, perché

“Una missione è una cosa stupida. Io non ho nessuna missione. Nessun uomo ha una missione. Ed è un sollievo enorme scoprire di essere liberi.”

Franz che, con il suo traboccante romanticismo, accetta con rassegnazione il matrimonio con una donna di cui non è innamorato, e ama Sabina. Rompe gli argini della sua prigione, rivelando alla moglie il tradimento. Del resto

“Non si rendeva conto che ciò che considerava irreale (il suo lavoro nella solitudine di uno studio o delle biblioteche) era la sua vita reale, mentre i cortei che rappresentavano per lui la realtà non erano che teatro, una danza, una festa o per dirla in altro modo: un sogno.”

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Tra tormenti irrisolti, sentimenti incostanti e precari, martellante vertigine che si rivela come

“L’ottenebrante, irresistibile desiderio di cadere. La vertigine potremmo anche chiamarla ebbrezza della debolezza. Ci si rende conto della propria debolezza e invece di resisterle, ci si vuole abbandonare a essa. Ci si ubriaca della propria debolezza, si vuole essere ancor più deboli, si vuole cadere in mezzo alla strada, davanti a tutti, si vuole stare in basso, ancora più in basso.”

Così si scandisce il ritmo incalzante di questo romanzo, a metà tra gli abissi rovinosi della pesantezza e il soffio tenue e raggelante della leggerezza. Come afferma Pietro Citati:

“Chi è pesante non può fare a meno di innamorarsi perdutamente di chi vola lievemente nell’aria tra il fantastico e il possibile: mentre i leggeri sono respinti dai loro simili e trascinati dalla «com-passione» verso i corpi e le anime possedute dalla pesantezza. Così accade nel romanzo: Tomáš ama Tereza, Tereza ama Tomáš: Franz ama Sabina, Sabina (almeno per qualche mese) ama Franz; quasi come nelle Affinità elettive si forma il perfetto quadrato delle affinità amorose.”

Clara Letizia Riccio

 

 

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