Fu firmato esattamente un secolo fa, il 16 maggio 1916, ma la sua storia è oggi più che mai utile per capire l’attuale frammentazione e crisi del sistema degli Stati in Medio Oriente. Anzi, come hanno fatto notare da più parti decine di storici – tra cui Franco Cardini, Alessandro Barbero e lo stesso Massimo Campanini, uno dei più noti esperti mondiali di orientalistica – l’accordo Sykes-Picot fu un vero e proprio tradimento, con cui Francia e Gran Bretagna poterono tracciare i confini della regione senza tener conto minimamente degli interessi arabi: in quell’occasione e negli anni immediatamente successivi il colonialismo europeo disegnò decine di linee nella sabbia, che separarono ciò che prima era unito e unirono territori e popoli che non erano mai stati assieme.

Quei confini in molti casi permangono ancora oggi, dimostrando cento anni dopo tutta la loro fragilità: non è un caso che larga parte dell’opinione pubblica in Medio Oriente ricordi ancora l’accordo, a differenza della “memoria corta” europea; non è un caso che il presidente turco Erdogan abbia rivendicato, qualche giorno fa, la costruzione di una zona-cuscinetto al confine con la Siria, scagliandosi contro un documento del 1916; e ancora non è casuale che lo stesso Stato Islamico ne abbia fatto l’oggetto principale di una feroce propaganda, con vari video in cui si annuncia la fine «dell’era Sykes-Picot».

ISIS End of Sykes-Picot
Fotogramma del video diffuso da Al-Hayat, emittente vicina allo Stato Islamico, in cui si rivendica «la fine di Sykes-Picot» e si abbatte un cartello sul confine tra Siria e Iraq. (QUI IL VIDEO)

Ma cosa prevedeva quest’accordo segreto tra Francia e Gran Bretagna? Fino a che punto ha influito realmente sugli attuali problemi del Medio Oriente e non è invece solamente un simbolo da superare per instaurare un nuovo rapporto di collaborazione con la regione?

Denominato ufficialmente Accordo sull’Asia minore, esso prese le mosse dal precedente Accordo di Costantinopoli del 1915, con cui Francia, Gran Bretagna e Impero Russo si dividevano le rispettive zone d’influenza in previsione di una disgregazione del fragile Impero Ottomano: i Russi a nord del Medio Oriente, con il controllo dell’Anatolia, di Costantinopoli e degli Stretti, via fondamentale di accesso al Mar Nero; gli Inglesi a sud, con il controllo della Palestina storica e del basso Iraq (Baghdad e Bassora), nel tentativo di mantenere aperta una via di comunicazione privilegiata con l’India attraverso il golfo Persico; i Francesi al centro, con dominio della Grande Siria e del Nord-Iraq (Mosul), per mere ragioni di sfruttamento coloniale.

Si trattava, fin qui, di una spartizione che rimaneva sulla carta, aspettando la fine della guerra. Frattanto, in Medio Oriente vari notabili locali si diedero da fare per far nascere un futuro Regno arabo indipendente. Fra questi certamente spiccava Husayn al-Hashimi, sceriffo della Mecca: nella seconda metà del 1915 intrattenne una fitta corrispondenza diplomatica con il console britannico Henry MacMahon, cercando di accordarsi contro il comune nemico ottomano. Alla fine si arrivò ad un patto: la Gran Bretagna avrebbe riconosciuto un Regno arabo indipendente con a capo lo stesso sceriffo, mentre in cambio Husayn prometteva di guidare una rivolta araba contro l’Impero Ottomano, aprendo un fronte interno che avrebbe aiutato l’avanzata dell’Intesa.

Il Regno arabo indipendente fu, sin da subito, assai ridimensionato, ma venne comunque proclamato nel 1916 come Regno Hascemita dell’Hijaz (zona a sud-ovest della penisola arabica), con a capo Husayn.  Al contempo la rivolta araba scoppiò in tutto il 1917, capeggiata dagli stessi figli dello sceriffo della Mecca: Faysal fu il primo ad entrare nella Damasco liberata, ancor prima degli inglesi, e anche Abdallah diede un decisivo apporto alla causa.

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I confini dei mandati assegnati dalla Società delle Nazioni, così come stabiliti nel 1916 nell’accordo Sykes-Picot.

Finita la guerra, si svelò l’inghippo che doveva far prevalere l’interesse anglo-francese sulle promesse di indipendenza fatte agli arabi: i capi della rivolta si recarono più volte a Versailles, in seno alla Conferenza di Pace, senza ottenere grandi risultati; fu anzi stabilita una commissione d’inchiesta (occidentale), la c.d. commissione King-Crane, con il compito di trovare un assetto che fosse gradito alla popolazione e alle stesse potenze vincitrici. Se ne concluse che, nonostante la maggior parte della popolazione desiderasse «più di ogni altra cosa l’indipendenza», vi doveva essere un periodo di transizione che facesse evolvere l’opinione pubblica e la classe politica locale, ancora impreparata e settaria. Ne risultarono i mandati della Società delle Nazioni, assegnati a Francia e Gran Bretagna con compiti precisi, ma che si tramutarono di fatto in colonie sul tracciato di quanto stabilito nell’accordo Sykes-Picot: la Francia nel centro-nord, con Siria e Mosul; la Gran Bretagna a sud, con la Palestina e l’iraq centromeridionale; al contrario Gerusalemme sarebbe dovuta diventare una zona sottoposta al controllo internazionale, sebbene finì ben presto in mano britannica.

È a questo punto che cominciano a nascere i futuri Stati in Medio Oriente, e per ragioni ben precise. Vedendo mancate le promesse fatte, Faysal e Abdallah minacciarono di attaccare militarmente i coloni: per evitare lo scontro aperto, la Gran Bretagna scorporò la Transgiordania dalla Palestina, assegnandola ad Abdallah, ponendo le basi per l’odierna Giordania, che ancora oggi è guidata dalla dinastia hascemita; parallelamente decise di accorpare le città di Mosul, Baghdad e Bassora (che nell’Impero Ottomano erano tre distinte province senza grossi tratti comuni) in un unico grande Stato, l’Iraq, che fu assegnato a Faysal nel 1921.

La Francia, che all’interno del suo mandato aveva gli stessi problemi di ordine pubblico, decise di attuare con ancor più fermezza il principio del Divide et Impera: si risolse il problema della minoranza copta nel Mashrek creando uno Stato che non aveva alcuna attestazione storico-identitaria, il Libano, che fu separato dalla Grande Siria nelle complesse vicende del biennio 1924-26; la stessa Siria venne addirittura divisa in 4 diversi Stati – stato di Damasco, di Aleppo, il Jebel druso a sud-est, uno stato alawita a nord-ovest – salvo poi cambiare posizione per il costo oggettivamente esorbitante di mantenere 4 diverse amministrazioni coloniali.

A tutto ciò si aggiunga che, nel 1925, il regno hascemita guidato da Husayn (padre di Faysal e di Abdallah) cessò di esistere per gli effetti della guerra di conquista scatenata dall’emiro Abd al-Aziz ibn Saud, che in breve tempo portò alla nascita dell’attuale Arabia Saudita: la Gran Bretagna, che pure doveva essere saldamente alleata con Husayn, non fece nulla per difendere gli alleati arabi contro i Sauditi, che così ebbero la meglio.
E, ancor più, la stessa Gran Bretagna nel 1917 promise all’Organizzazione sionista mondiale, con la c.d. dichiarazione Balfour, la creazione di un focolaio nazionale ebraico in Palestina: il dato, di per sé, fece accrescere a ritmi impressionanti l’emigrazione di ebrei nella zona, prodromi per i contrasti che hanno dato vita all’attualissimo problema del conflitto israelo-palestinese.

Cento anni dopo Sykes-Picot, quello che rimane

Nazionalismi che si creano e Nazioni esistenti non riconosciute, potremmo sintetizzare.
Ad un secolo esatto dall’accordo Sykes-Picot i risultati di quel processo storico sono davanti agli occhi di tutti: nelle vicende del popolo curdo, che ancora lotta per l’indipendenza; nella storia e nella stessa costituzione libanese, che per le profonde divisioni sociali ha dato vita al sistema delle quote e a una sanguinosa guerra civile; nell’oppressione del popolo palestinese e nel problema di uno stesso territorio per due diversi Stati; nel confine siro-iracheno, che semplicemente non esiste più, sebbene resista tenacemente sulle cartine.

La fine di Sykes-Picot è arrivata: non perché lo dichiara un supposto Stato Islamico che si nutre di quello stesso sentimento anti-occidentale, ma semplicemente perché nuovi processi si delineano all’orizzonte e i confini lentamente si erodono. Come ricorda Franco Cardini, «la vulgata dell’Occidente come patria della libertà e della tolleranza, e dell’altro, il Nemico, come orribile, mostruoso, disumano e quindi inumano e antiumano» è definitivamente caduta: oggi i Paesi Arabi sanno. Noi, invece, ricordiamo molto poco: di «secoli di rapina, di schiavismo, di sistematica razzia di materie prime e di forza-lavoro, [di] cumuli di infamie che abbiamo coperto con la coltre benevola dei diritti dell’uomo e di una libertà-fratellanza-uguaglianza che in realtà cominciava da noi e finiva con noi […]. Anche i “lavoratori di tutto il mondo” che Marx ed Engels esortavano a unirsi erano in fondo quelli compresi nel triangolo tra Parigi, Berlino e Londra: ne erano esclusi non diciamo i fellahin egiziani e i pastori afghani, ma perfino gli zappatori campani e i vignaioli greci.»
E tutto ciò non è mai stato così attuale, da cent’anni a questa parte. 

Antonio Acernese