Edvard Munch: l’incubo della modernità

0
432

Se Edvard Munch (1863 – 1944) fosse vissuto nel XXI secolo, probabilmente soffrirebbe d’insonnia, magari causata da un abuso di qualche farmaco ansiolitico, tipo Xanax o Lexotan. È proprio l’ansia la protagonista del suo dipinto più famoso, l’Urlo (1893). A tal proposito lo stesso Munch descrisse la scena:

“Camminavo lungo la strada con due amici quando il sole tramontò, il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue. Mi fermai, mi appoggiai stanco morto ad una palizzata. Sul fondo nero-azzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco. I miei amici continuarono a camminare e io tremavo di paura…e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura.”

munch1

La figura dell’artista norvegese si inserisce in più periodi storici: il boom economico di fine e inizio secolo, la Grande Guerra, il primo dopoguerra, e nell’ultima parte della sua esistenza, vive in modo distaccato anche la seconda guerra mondiale. Grandi cambiamenti nel mondo, che però non sembrano appartenergli. Come nessun tratto della figura protagonista de l’Urlo sembra appartenere al genere umano. Sembra quasi che stia per essere risucchiata da qualcosa. È l’angoscia dell’alienazione dell’uomo moderno, che sembra circondato da un tempo non suo, senza che nessuno se ne accorga (gli amici che continuano a camminare, incuranti). Il tema dell’alienazione viene ancora messo più in risalto in un altro dipinto, Sera sul viale Karl Jojan (1892). La scena rappresentata è una classica serata di Christiania (l’odierna Oslo), in cui vengono raffigurati un gruppo di borghesi nell’atto della passeggiata serale. Ma il modo in cui vengono rappresentati è quasi terrificante: i volti sono spenti, gli sguardi fissi verso il nulla. Sembra quasi un esercito di robot, programmati tutti per compiere la stessa e identica azione. E le luci accese nell’edificio alle spalle (probabilmente il parlamento norvegese) rappresentano il potere, ovvero chi è il programmatore di questi esseri (non) umani. In contrapposizione a tutto questo c’è una singola figura, di spalle, che percorre la strada nel verso opposto in completa solitudine. È in quella figura che infatti Munch mette in risalto l’angoscia e la disperazione della società moderna, sempre più standardizzata.

Il secondo tema principale presente nei dipinti di Munch è quello della morte, che ha perseguitato l’artista norvegese per tutta la sua vita con numerosissimi lutti. Quello che l’ha segnato di più è stato sicuramente quella della sorella maggiore, Johanne Sophie, morta nel 1877 per tubercolosi. Sono due le opere più struggenti da questo punto di vista. La prima, datata 1893, è intitolata “La morte nella stanza della malata” e rappresenta quello che può essere il dolore per un lutto da un punto di vista esterno, quasi fuori dalla scena, sia materialmente che emotivamente. Infatti il corpo della malata (probabilmente proprio la sorella Johanne Sophie) si intravede solamente. Quelle messe in risalto sono però le figure dei familiari, che sembrano quasi non conoscersi, allontanati proprio dal dolore per la morte della ragazza.

muncgh2

La seconda opera è invece La fanciulla malata, una delle prime opere realizzate da Munch. Questa, a differenza de “La morte nella stanza della malata” raffigura la scena della malattia in un modo più commovente ed intimo. C’è poi una netta contrapposizione tra le due figure: la madre, posseduta dalla più netta disperazione, sembra già avere davanti agli occhi un futuro senza sua figlia, che, al contrario, sembra impassibile, quasi come se non si rendesse conto della sua fine vicina. Edvard Munch, perciò, ha sempre avuto un’idea autobiografica dell’arte, che come egli stesso definisce “è il sangue del nostro cuore”. Con il suo stile pittorico sembra quasi anticipare l’espressionismo tedesco, che si è sviluppato solamente all’inizio del ‘900. Guardando i suoi quadri sembra quasi che Leopardi e Schopenhauer si siano fusi in una sola figura, nata nel gelo norvegese, che ha saputo portare quel gelo anche sulla tela, trasmettendo ogni minima sfumatura dell’angoscia.

Biagio Dell’Omo 

NESSUN COMMENTO