Perché Renzi può risollevare la nostra economia o distruggerla?

0
1510
perché

Da quando Renzi è entrato nella scena politica del nostro paese, tutti si chiedono se sia di destra o di sinistra o semplicemente democristiano e meno se la sua politica economica possa giovarci oppure no. Ma perché nessuno si è posto questa domanda? Sicuramente per lo stile anticonvenzionale -piaccia o meno- del segretario PD e per un modello di comunicazione, soprattutto in chiave economica, che ha messo la freccia e sorpassato quello di matrice berlusconiana al “Pronti, via”.

La politica dei bonus
Partiamo dal famosissimo “bonus 80 euro” perché primo annuncio “a suon di slides” e proposte come “manovra di giustizia sociale. Queste persone hanno sempre pagato ed ora riceveranno qualcosa”, disse il premier. Livello di comunicazione da levarsi due cappelli ché uno sarebbe poco, però proviamo a guardare oltre:
1. Vale 10 miliardi il primo anno e si diceva dovesse smuovere l’economia. Facciamo due conti: l’Italia produce 1.600 miliardi di euro circa di pil all’anno. Immaginate di immettere 10 miliardi in 7 mensilità (fa circa 1 miliardo e quattrocentomila al mese), di cui grosso modo il 20% non viene speso (ci resta circa 1 miliardo da spendere), per persone con un reddito di 26.000 euro annui, quindi non proprio nullatenenti, oppure di immetterli tutti assieme per ristrutturare le scuole pubbliche, migliorando la situazione critica dei nostri edifici scolastici e dando posti di lavoro a migliaia di persone. I redditi dati a questi lavoratori avrebbero alimentato la domanda tramite la spese per le loro famiglie, senza trascurare la richiesta di beni aggregata generata dalla richiesta di materie prime. Non vogliamo ridurre l’economia e la politica a buonsenso -sarebbe troppo stupido da parte nostra-, ma non ci vorrebbe certamente Keynes per spiegare l’utilità che avrebbe generato quest’intervento pubblico. Così facendo, Renzi avrebbe anche mantenuto la promessa fatta ad una madre che perse sua figlia a scuola a causa di un cedimento dell’edificio, oltre ai 2 miliardi messi a disposizione all’epoca;
2. La bravura sicuramente risiede nel far passare una manovra che garantisce in maniera paradossale gli 80 euro come manovra di giustizia sociale. Perché, ad esempio, li riceverebbero:
– entrambi i membri di una famiglia con due redditi annui da 26.000 euro,
– un membro di un nucleo familiare con redditi da 1.000.000 di euro e 26.000;
0 euro a due soggetti che posseggono reddito 0;
3. Il bonus era distribuito in moneta sonante solo nel 2014 -ed il mese successivo alle Europee, stranamente- mentre gli anni successivi si è trasformato in benefici fiscali per gli stessi beneficiari dell’anno precedente, quindi non in un reale introito monetario (quindi psicologicamente meno avvertito dai consumatori);
4. Era stato promesso agli incapienti (coloro che avevano un reddito di circa 8.000 euro) e pensionati, ma nessuna di queste due categorie, nonostante la promessa del premier a Rtl 102,5 durante l’approvazione della legge finanziaria 2015, ne ha mai beneficiato. Strano, però, visto che entrambe queste categorie hanno una propensione al consumo quasi al 100% -non avendo altri redditi- e spenderebbero immediatamente il capitale ricevuto;
5. Ad inizio 2015, Renzi disse “Ancora devono vedersi gli effetti degli 80 euro”, ma successivamente nel caos renziano non se ne è parlato più ed i motivi li abbiamo appena spiegati. Questa è la genialità della comunicazione ipersemplificata tipica del “renzismo”. Bisogna correre: annunciare, fare e, se non va bene, far dimenticare passando oltre.

Discorsi simili possono essere fatti per i bonus bebè e cultura ai diciottenni nell’anno della amministrative. Se ci credete malfidati, vi assicuriamo che non lo siamo e vi ricordiamo che, a pochi mesi dal referendum, viene riproposto un bonus pensione da 80 euro già promesso nel 2015 e si pensa al bonus bebè in multipli di 80 euro per i neonati. Ah, per le prime dieci chiamate, anche un posto in Parlamento ché fa sempre comodo. Queste annotazioni non le facciamo noi, ma qualsiasi manuale decente di politica economica, che alla pagina 1, paragrafo 1 recita: il legislatore, per esigenze non strettamente economiche, potrebbe promuovere investimenti atti ad influenzare il consenso nel breve periodo.

L’Europa, Boeri e la spesa pubblica
I rapporti con l’Europa non sono floridi perché l’UE vorrebbe un Presidente del Consiglio che si occupasse di operare correzioni di bilancio, quindi un tecnico, e non un politico che, quindi, abbia anche l’incombenza, udite, udite, di dover gestire il consenso.
Ciò significa, ad esempio, che Bruxelles non avrebbe gradito la spesa pubblica dei 10 miliardi per gli 80 euro né per l’edilizia scolastica, ma semplicemente per ripianare il debito. Peccato non aver imparato una cosa dagli Stati Uniti: sono sì coloro che hanno scatenato le ultime due crisi mondiali, ma sono anche quelli che le hanno risolte per prime. Come? Con gli investimenti pubblici per risollevare il mercato europeo post-bellico negli anni ’40 e ’50 ed una politica keynesiana oggi, che li ha portati a crescere più dell’intera Europa in termini percentuali. Noi procediamo, nella maniera inversa, invece, e pretendiamo gli stessi risultati.

In questo scenario, Renzi dove si colloca? Novità delle novità: nel centro!

Perché la riforma del lavoro andava fatta non solo perché “chiesta dall’Europa”, bensì per creare un mercato del lavoro (cioè un mercato in cui si acquista manodopera per produrre beni destinati alla vendita) dinamico.

Però si sarebbe dovuti partire dalla domanda di beni, dando quei 23 miliardi di bonus, andati di traverso all’Europa per i motivi prima citati, ai nullatenenti e non a persone con redditi di 26.000 euro che non li avrebbero spesi tutti, che significa: niente maggiore gettito per Iva e niente maggior prodotto interno.
Ci siamo preoccupati di migliorare i contratti lavorativi, quindi l’offerta di manodopera, senza creare una domanda perché, evidentemente, i salari percepiti non consentono l’avvio di una domanda interna stabile, pensando genialmente di alimentare la domanda di beni, finanziando la loro produzione.
In sintesi: abbiamo incentivato l’offerta di prodotti senza sapere se qualcuno li chiedesse, o meglio sapendo che abbiamo una domanda instabile.
Roba da 110 e lode con bacio accademico e Nobel per l’economia assicurati.

Il premier, tenendo fede alla sua comunicazione basata sul “nemico da combattere” (i professoroni, i gufi, Boeri et cetera), fa la tigre con l’Europa andando oggi contro Tsipras e domani provedi caso migranti, ndr- per ricevere flessibilità in bilancioin questi giorni ricevuta, ndr. Con Boeri, storico esponente della sinistra liberale, si sta creando un vero e proprio conflitto che va dalle buste arancioni per far conoscere alla generazione dei trentenni quanto sarà bassa la loro pensione, alla denuncia contro i voucher, alla pubblicazione delle statistiche sui contratti a tutele crescenti che mostrano come la gran parte dei nuovi contratti sia dovuta a conversioni da tempo determinato a tempo indeterminato dei precedenti rapporti a contratto determinato. Insomma se la politica economica di Renzi è contestabile, anche Boeri ci mette spesso del suo nell’alimentare le mancanze del Presidente del Consiglio.

Ma voi immaginate cosa fosse successo se gli 80 euro oppure il bonus bebé in multipli della stessa cifra li avesse proposti Berlusconi poco prima delle elezioni amministrative?

Poniamoci una domanda: È cambiata l’Italia, lo stile del comunicazione del premier è imbattibile o davvero, come i più maligni sostengono, i media sono asserviti al governo?

Proveremo a darVi una risposta nel prossimo articolo in merito.

Ferdinando Paciolla

NESSUN COMMENTO