Vaccino e autismo: nessuna relazione

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Gli studi scientifici, ancora una volta, smentiscono alcun tipo di associazione diretta tra le vaccinazioni contro il morbillo, la parotite e la rosolia e l’autismo.

L’autismo è un disturbo del neurosviluppo caratterizzato dalla compromissione dell’interazione sociale e da deficit della comunicazione verbale e non verbale, e che provoca ristrettezza d’interessi e comportamenti ripetitivi. I genitori di solito notano i primi segni entro i due anni di vita del bambino, e la diagnosi certa spesso può essere fatta entro i trenta mesi di vita. Attualmente risultano ancora sconosciute le cause di tale manifestazione, divise tra cause neurobiologiche costituzionali e psicoambientali acquisite.

In seguito ad uno studio, basato sull’analisi di 96.000 bambini, è stata nuovamente confermata l’assenza di correlazioni tra la vaccinazione contro malattie altamente contagiose, che posso rappresentare un grave rischio soprattutto per i bambini più piccoli e fragili, come morbillo, parotite e rosolia e linsorgenza di autismo nei bambini che si sottopongono alla somministrazione di farmaci, in particolar modo si nota l’assenza dell’insorgere di tale patologia nei casi più a rischio, e cioè in casi in cui un fratello sia già colpito dal disturbo.

Questa nuova conferma è riportata su un importante rivista, “JAMA”, tra le cui più importanti firme possiamo ricordare Anjali Jain del Lewin Group, nota società di ricerca e consulenza in campo sanitario.

L’ultima conferma è di notevole importanza dal momento in cui sempre più genitori scelgono di non vaccinare i proprio figli. Infatti secondo un’indagine epidemiologica una sempre più maggiore percentuale, non trascurabile, dei genitori sceglie di non vaccinare il secondogenito con il timore di una possibile correlazione tra il vaccino e l’insorgenza dell’autismo.

Nonostante sia stata smentita la presenza di qualsiasi correlazione dopo quasi 15 anni di ricerche, è in aumento la popolazione in cui la copertura vaccinale tende ad essere inferiore a quella generale, rappresentando un grave rischio per la salute di tutti e in particolare dei più piccoli, i quali presentano difese immunitarie non sempre pronte a contrastare infezioni.

I risultati più importanti ed indicativi, mostrano come non esista nessun associazione neppure in una popolazione ritenuta geneticamente a maggior rischio di autismo, cioè i bambini con fratelli maggiori già colpiti dall’autismo.

Jain e colleghi, in seguito alla valutazione dei dati relativi a 95.727 bambini coinvolti in una campagna di vaccinazione per morbillo, parotite e rosolia tra il 1997 e il 2012, hanno osservato che solo il 2,01% aveva un fratello maggiore affetto da autismo. Dunque l’analisi statistica indica l’assenza di differenze nel tasso d’insorgenza di autismo tra bambini vaccinati e bambini non vaccinati.

Sullo stesso numero di “JAMA”, Bryan H. King, su un diverso articolo, ha riassunto i risultati ottenuti negli anni sull’argomento:

“Decine di studi hanno mostrato che l’età d’insorgenza dell’autismo non varia tra la popolazione di bambini vaccinati e quella di bambini non vaccinati, che la gravità e il decorso dell’autismo non differiscono tra vaccinati e non vaccinati, e ora che il rischio di ricorrenza di autismo nelle famiglie non differisce tra bambini vaccinati e non vaccinati”.

Questi non sono gli unici articoli di carattere scientifico che dimostrano l’assenza di associazioni tra vaccini e l’insorgenza di tale disturbo.

Infatti uno studio epidemiologico, finanziato dall’organizzazione “Autism Speaks” e pubblicato il 9 giugno 2015 sulla rivista “Molecular Psychiatry,” mette in luce una correlazione tra il rischio di autismo e l’età dei genitori. Dall’analisi dei dati raccolti dall’ ”International Collaboration for Autism Registry Epidemiology” (ICARE) su 5,7 milioni di bambini in cinque paesi, emerge che il rischio maggiore si registra nelle madri adolescenti e nei padri oltre i cinquant’anni. La percentuale di autismo è risultata infatti del 66% superiore nei figli nati da padri “over 50” rispetto a quelli nati da padri ventenni e del 18% superiore nei figli con madri adolescenti rispetto a madri ventenni.

Umberto Celardo

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