X-men: è possibile fare un film interessante senza Hugh Jackman?

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Alla domanda posta dal titolo possiamo rispondere con certezza: sì, era, e difatti è stato, possibile fare un film spettacolare sugli X-men, molto più dell’episodio I della saga prequel, anche in assenza dell’attore che più di tutti si associa al gruppo di supereroi Marvel.

Come sempre, è opportuno partire dalla trama per analizzare il nostro giudizio estremamente positivo rispetto al parere non proprio entusiasta su Captain-America: Civil war.

Il film, escluso il flashback iniziale, inizia esattamente dove era terminato il precedente, nel punto in cui Logan chiede al professore “Non potrò fare lezione di storia perché mi sono perso gli ultimi 50 anni”.

Il flashback riguarda la Genesi di Apocalisse nell’Antico Egitto (3600 a.C.) che viene trasportato in una piramide volendo trasferire la sua anima nel corpo di un altro uomo, ma alcuni schiavi riescono a sotterrarlo assieme ai suoi angeli della morte prima che riesca nel suo intento. Uno di questi -probabilmente telepate, ndr- costruisce una barriera attorno all’anti-dio prima di morire. Passano gli anni e siamo nel 1983. Raven “lavora in proprio” a Berlino, dove incontra Kurt che porta via con sé, Scott va per la prima volta alla scuola di Xavier ed Apocalisse, risorto anche grazie ad una ricerca maldestra di Moira MacTuggert, recluta i suoi quattro cavalieri nel XX secolo. Cavalieri di cui fa parte anche Magneto, divenuto nuovamente malvagio dopo aver vissuto anonimamente per anni in Polonia, costruito una famiglia, ed essendo inconsapevole padre di Quicksilver che inizia a ricercarlo. Fra i cavalieri di Apocalisse, figura il nome di un altro X-Men di primo ordine, ossia Tempesta, che aveva in casa la foto dell’eroina Raven mentre salva il mondo da Magneto.
Nella parte clou del film, il Professore è rapito da Apocalisse con l’intenzione acquisire i poteri del telepate entrando nel suo corpo mentre Bestia e gli altri sono portati fuori dal nascondiglio del Colonnello Striker grazie all’intervento di Wolverine, a cui Jean ridona parte dei ricordi. Lo scontro finale si conclude con Magneto e Tempesta, pentita vedendo Apocalisse che quasi uccide Mystica, che danno il loro aiuto al professore mentre Jean subentra nello scontro mentale fra Apocalisse e Xavier, decretando la vittoria degli X-Men.

La trama è abbastanza lunga, ma manchevole perché il film è un frullato di eventi perfettamente incastonati e consequenziali; un corpo unico con cui Bryan Singer tiene lo spettatore in tachicardia dalla prima scena all’ultima.

Se questo vale per questo capitolo, non si può dire per il rapporto causa-effetto fra i vari episodi di una saga X-Men che conta: una trilogia, una trilogia prequel, due spin-off su Wolverine ed uno su Deadpool.

La volontà di eliminare la prima trilogia è evidente dal secondo episodio in poi in cui si decide addirittura di modificare il futuro, mandando Hugh Jackman nel passato, per sostituire i vecchi attori ed il film riparte con i nostri protagonisti ancora giovani -motivo non unico dell’ambientazione nel 1983, ndr. Se questa volontà ha determinato migliorie enormi nell’interpretazione del film -vedi Fassbender superlativo e non a caso nel costante delicato ruolo oscillante di protagonista-antagonista, ndr-, lo spettatore deve essere davvero bravissimo nella comprensione di un intreccio ai limiti di Pulp Fiction nella congiunzione sequel-prequel. Insomma, è difficile capire perché X-Men giorni di un futuro passato modifichi il futuro, ma lasci invariato totalmente il personaggio Wolverine a cui Jean dona di nuovo piccola parte dei ricordi nel laboratorio di Striker, ossia le stesse reminescenze che avrà anche quando incontra per la prima volta il Professore nel primo episodio. Forse il discorso è romantico: per quanto si possa cambiare il futuro, l’amore andrà oltre quelle modifiche; e si spiegherebbe così anche perché Raven scelga di restare nella scuola del professore, che la ama come una sorella, ad insegnare come gestire i propri poteri a quelli che saranno poi Ciclope, Tempesta e tutti gli X-Men che conosciamo, differentemente da quanto lasci intendere la prima trilogia. L’amore colpisce anche il professore che decide di fidarsi di MacTuggert, ridandole i suoi ricordi, e di non leggere più nella mente di Raven né di Magneto. Deduzione, forse, azzeccata che spiegherebbe anche la volontà di Quicksilver di non raccontare ad Erik che è suo padre a pena di farlo restare con lui e di farlo diventare un “buono”, chiudendo di fatto ogni possibile sviluppo di trame future. 

Giorni di un futuro passato doveva cambiare il futuro, ma l’ha lasciato totalmente invariato solo per Wolverine, il che manifesta una volontà della produzione di lasciare coerente la storia del personaggio più importante della saga e dei suoi spin-off che si concluderanno l’anno prossimo col terzo episodio della trilogia, il quale vedrà per l’ultima volta Hugh Jackman nei panni dell’eroe di adamantio Wolverine.

La scelta, oramai rituale, di Stan Lee come cameo attira simpatia, ma è geniale quella di marketing del gruppo Disney mostrare gli X-Men all’uscita dal cinema che vanno a vedere “Il ritorno dello Jedi”, quindi ambientazione nel 1983 dettata anche dalla pubblicità in vista dell’uscita del primo spin-off della saga a dicembre 2016. Discutibile la scelta di far morire Quicksilver in Avengers: Age of Ultron mentre è vivo in questa trilogia, ma giustificata dall’ambientazione di questi film non nei nostri giorni come i Vendicatori. Domanda pungente: perché allora escludere Scarlet che è gemella di QuickSilver?

Il dubbio perenne resta sull’assenza di indagine sulla psiche dei villain. Infatti, Apocalisse nutre una perversione per lo sviluppo umano, per le macchine e per l’uomo al punto da rappresentare se stesso come il distruttore della civiltà umana nei suoi momenti di massimo splendore, ma si presenta anche come un salvatore, un vero anti-cristo (bravissimi a farlo passare così regista, produttore e sceneggiatori), quando dice di non aver salvato i genitori di Magneto dalla morte perché era sepolto in Egitto, ma appare un nosense la sua avversione per la razza umana vista la scarsità di analisi che riguarda il suo personaggio.

Considerazione finale che gireremmo volentieri alla Marvel: Perché non dividere un film in più parti per dare una fisionomia precisa ai villain? Speriamo sarà fatto per gli episodi di Infinity war degli Avengers.

Ferdinando Paciolla

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