Rifugiati, summit a Istanbul: paradosso o opportunità?

Ban Ki-moon, segretario generale dell'ONU, ha convocato un Summit umanitario per la situazione dei rifugiati a Istanbul, nonostante le controversie in materia di immigrazione tra Turchia e Europa.

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«È tempo di costruire ponti e non muri tra le persone […] Lungi dall’essere una minaccia, rifugiati e migranti contribuiscono alla crescita e allo sviluppo dei Paesi di accoglienza […] Più queste persone vengono integrate, maggiore sarà il loro contributo alla società. Per questo servono nuove misure per promuovere l’inclusione sociale ed economica».

Sono su questa linea le dichiarazioni che il segretario generale dell’ONU, Ban Ki-moon, ha rilasciato nel rapporto sui movimenti migratori lo scorso 9 maggio al Palazzo di Vetro. Egli vuole proporre una politica anti-xenofoba volta al coinvolgimento di tutti i paesi membri dell’ONU nel sistema di accoglienza dei rifugiati.

Infatti propone ai paesi membri di accogliere ogni anno il 10% del totale dei rifugiati, fino ad arrivare nel 2018 ad utilizzare un programma sostenibile che consenta di accompagnare nel modo migliore i fenomeni migratori.

Dunque Ban sembra aver aperto gli occhi in modo concreto sulla situazione di grave sofferenza che vivono quotidianamente milioni di persone. Per esprimere di nuovo il suo pensiero e per cercare di trovare una soluzione comune tra tutti i membri delle Nazioni Unite ha organizzato un Summit mondiale per l’azione umanitaria ad Istanbul per i prossimi 23 e 24 maggio. Sono invitati i leader di tutto il mondo e si discuterà su come prevenire e risolvere i conflitti, su come non lasciare nessuno fuori e sul rispetto delle regole delle guerre.

Sembra paradossale che Ban Ki-moon abbia scelto proprio la Turchia e Istanbul in particolare come sede del Summit, considerati ad esempio i rapporti tesissimi che il governo di Ankara ha con i curdi, i quali stanno facendo un lavoro importantissimo contro l’Isis in Medioriente. Inoltre i rapporti tra i responsabili europei e la Turchia si inaspriscono sempre di più: l’Europa richiede modifiche sulle leggi anti-terrorismo e il Parlamento Europeo ha sospeso la discussioni sulla liberalizzazione dei visti per i turisti turchi. Dal canto suo, il presidente Erdoğan, in diverse occasioni pubbliche, ha accusato direttamente i vertici UE di volersi immischiare nella gestione del Paese. Queste diatribe hanno messo nell’incertezza il destino di migliaia di profughi, bloccati da 2 mesi al confine tra Grecia ed ex Repubblica Yugoslava di Macedonia.

In particolare, la cancelliera tedesca Angela Merkel ha affermato che l’Europa è troppo dipendente dalla Turchia per quanto riguarda la questione migranti.

Quando si parla di rifugiati viene subito in mente la situazione siriana, infatti più della metà della popolazione dal 2011 a oggi (22 milioni di persone) è stata sfollata. Eppure la Siria è solo una delle aree coinvolte, i cui guai hanno portato alcuni osservatori esperti ad affermare che il 2016 sia l’anno peggiore per le crisi umanitarie in memoria d’uomo. Tutte queste delicate situazioni influenzano potenzialmente l’Europa.
Un altro esempio è la fine dell’Iraq come stato unitario, sotto le pressioni sunnita, sciita, curda e del terrorismo dello Stato Islamico; in Libia la mancanza di una forte autorità nazionale ha ostacolato gli sforzi dell’UE per arginare il flusso di migranti verso l’Italia.

Considerato il ruolo chiave che la Turchia occupa in questa situazione è possibile che quello che poteva sembrare un paradosso, ovvero far svolgere proprio a Istanbul il Summit, potrebbe essere invece una mossa studiata a tavolino da Ban Ki-moon per coinvolgere il governo di Ankara e smussarne le rigidità. Al di là delle congetture, la speranza autentica è che si possa trovare un accordo che consenta di riportare la normalità nella vita di tutte queste persone.

Alessandro Fragola

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