Capaci, ventiquattro anni dopo: cosa rimane?

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Il 23 Maggio del 1992 si consumava la “strage di Capaci”. Nell’attentato persero la vita il giudice dell’Antimafia Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta. Otto città italiane celebrano il giorno della memoria.

 

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Era il 23 Maggio 1992 quando si consumò quella che passò alla storia come la strage di Capaci. Quel giorno tutte le televisioni italiane trasmisero, alle ore 16.58, la seguente notizia: “una potentissima esplosione, innescata da oltre mezza tonnellata di tritolo, fa saltare un pezzo dell’autostrada che collega l’aeroporto di Punta Raisi e il capoluogo siciliano, all’altezza del Comune di Capaci”. Coinvolti nell’attentato furono il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i suoi tre uomini della scorta, Vito Schifani, Antonio Montinari e Rocco Dicillo.

Giovanni Falcone, giudice dell’antimafia, aveva scelto di non abbassare lo sguardo davanti alla mafia ma di guardarla dritto negli occhi e di combatterla. Sia con le parole ma, sopratutto, con i fatti. Sin dal suo arrivo a Palermo nel 1978, Falcone si era distinto per la sua dirompente personalità e per il suo spiccato potenziale. L’intero Palazzo di Giustizia fu rivoluzionato dal suo arrivo. Il “metodo Falcone” era nato ed era risultato subito vincente. Egli comprese sin da subito che per indagare con successo le associazioni mafiose era necessario basarsi anche su indagini patrimoniali e bancarie e, di trasferire anche all’estero le diramazioni delle indagini.

È attraverso l’intuizione, “Segui i soldi e arriverai alla mafia” che Giovanni Falcone riuscì ad arrivare al cuore del potere mafioso. Fu grazie al suo lavoro che lo Stato trovò finalmente il modo per combattere con efficacia la mafia. Eppure Giovanni Falcone, nel corso delle sue indagini, è stato osteggiato da esponenti della politica e della stessa magistratura che lo accusavano di “manie di protagonismo”. Ad oggi però, chiunque si occupi, o solo si interessi, di lotta alla criminalità organizzata, si è da tempo allineato alla logica di quegli impianti d’inchiesta, una logica che risulta essere la strada da perseguire per colpire al cuore la mafia.

Quello che venne ribattezzato il metodo Falcone, costituiva invece per l’epoca un apparato di idee rivoluzionarie, che avrebbe per sempre condizionato la guerra alla criminalità organizzata. La mafia esisteva da oltre un secolo, ma gran parte delle logiche investigative attuali nascono dall’era di Falcone e del suo collega Paolo Borsellino. Per affermarle, il giudice dovette superare l’ostruzionismo che per primo si manifestò tra molti colleghi. Alla base di tale avversità, quasi sicuramente vi era anche una componente di rivalsa individuale verso una figura che poco dopo il suo arrivo impose la sua voce a chi occupava il ruolo da anni. Furono proprio il suo iper-attivismo e il vigore ad infrangere barriere all’epoca impensabili. Il concetto di lavoro di squadra fu alla base dei successi, perché come Falcone ripeté in più occasioni: “quando un magistrato come un politico rimane solo ad affrontare al mafia, egli diviene un obbiettivo vulnerabile.”

Oggi Giovanni Falcone è un eroe, ma pochi mesi prima di morire, era considerato una persona scomoda non solo dai mafiosi bensì anche da una maggioranza di suoi colleghi che lo hanno messo in minoranza quando chiedeva di poter andare a ricoprire altri incarichi dove avrebbe potuto mettere a frutto l’esperienza nella lotta alla criminalità organizzata e dai politici che difendevano gli interessi dei mafiosi.

falcone-ventesimo-anniversario-della-strage-di-capaci-413887Ma una giustizia arriva sempre per tutti. Probabilmente a dare giustizia a Giovanni Falcone è stata la sua morte. Riavvolgendo il nastro a quel 23 Maggio del 1992, l’Italia apprende la notizia al telegiornale, incredula. Ventiquattro anni fa, il nostro paese ha perso l’uomo che ha osato sfidare un’intero sistema per difendere la nostra libertà, un uomo che ha convissuto con la sua paura ma ha lottato per tutti noi. Era pronto alla morte Falcone, lottatore instancabile in uno Stato che lo ha abbandonato senza mai aver voluto combattere con forza e determinazione le mafie. Falcone aveva paura, ma era spinto dalla convinzione che un futuro migliore fosse possibile e che la mafia potesse essere sconfitta.

A 24 anni dalla sua scomparsa, il miglior modo per celebrare questa giornata è chiedersi se sia stata onorata fino in fondo la memoria di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e delle altre vittime nell’unica maniera che conta, e cioè raggiungendo la verità. La strage di Capaci ha smosso le coscienze e ci ha fatto rendere conto che abbiamo un grande debito verso di loro e dobbiamo ripagarlo continuando la loro opera.

Oggi, 23 maggio 2016, numerose saranno le manifestazioni per celebrare la sua memoria. A partire dalla fondazione Giovanni e Francesca Falcone , che rinnova l’iniziativa “Palermo chiama Italia”, e che coinvolge gli studenti di tutto il Paese. Ma le celebrazioni non si fermano al capoluogo siciliano, cerimonie di commemorazione avranno luogo in numerose piazze italiane tra cui Roma, Milano, Firenze, Napoli, Pescara e Bari. Le piazze saranno collegate con l’aula bunker del carcere Ucciardone con una diretta su Rai Uno.

È nella sua morte che Falcone ha iniziato a diventare immortale per i giovani e per gli onesti. Oggi Giovanni Falcone è il punto di riferimento e sopratutto un esempio, come lo è anche Paolo Borsellino, di chi crede che ci possa essere una vera giustizia, di chi crede che il bene, prima o poi, vincerà il male. Memorabile in tal senso la sua frase: “Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini.”

La mafia non li ha uccisi, le loro idee camminano ancora sulle nostre gambe.

Federica Pia Mendicino

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