Durant e Westbrook producono 83 punti senza neppure giocare l’ultimo periodo. Warriors ancora male al tiro, toccano addirittura i 41 punti di svantaggio.

Tre gare. Tre domìni. Prima OKC, poi Golden State e adesso di nuovo OKC. Alla Chesapeake Energy Arena i padroni di casa dimostrano ai campioni in carica di non essere arrivati alle Finali di Conference per caso, e neanche una gara-2 persa malamente ha cambiato le cose. Durant e Westbrook combinano per 63 punti, 16 rimbalzi e 14 assist. Gli Warriors, così come nella prima delle tre gare, tirano malissimo: 41.5% dal campo, 30.3% da dietro l’arco.

DEFENSE – Dopo una regular season buona ma non buonissima, i Thunder erano entrati in questi playoff con due certezze – inutile dire chi fossero – e un problema: la difesa, dodicesima per difensive rating con 103 punti concessi ogni 100 possessi. Tanti. Troppi, per una squadra che avrebbe dovuto, in teoria, fronteggiare almeno una tra San Antonio e Golden State. Sappiamo che c’è una differenza abissale tra la stagione regolare e i playoff: per il modo in cui vengono approcciate le gare, perché ogni singolo possesso è decisivo, perché gli adjustements possono fare la differenza. Ai Thunder ne è bastano uno, senza -s: capire che senza difesa non c’è attacco che tenga. Dai numeri non si intuisce probabilmente (102.9 di Def Rat, miglioramento di soli 0.1), ma lo si vede sicuramente dall’atteggiamento in campo. E così, dopo aver fatto fuori gli Spurs, togliendosi anche la soddisfazione di vincerne due in Texas [San Antonio ne aveva persa solo una in tutta la stagione, ndr], adesso la squadra di Donovan vince prima alla Oracle in gara-1 (mai nessuno in era-Kerr c’era riuscito) e poi stravince gara-3, trovando un vantaggio che nel terzo periodo tocca il +41 [peggior distacco stagionale per gli Warriors, ndr].

GAME-3 – Le chiavi della serie individuate sono: rimbalzi, percentuali da tre, palle perse. Gli Warriors hanno fatto peggio in tutte e tre le categorie in entrambe le sconfitte, segnalando soprattutto una allarmante difficoltà nel realizzare da dietro l’arco (36.7% in gara-1, 30.3% stanotte). “Abbiamo avuto quel che ci siamo meritati” ha dichiarato Steve Kerr a fine gara. Eppure, per almeno i primi 18 minuti sembrava che stessero riuscendo a trovare le misure. L’episodio che cambia il corso della partita arriva a 5’57” alla fine del secondo quarto, quando Draymond Green (1/9 dal campo) colpisce Steven Adams sotto la cintura: flagrant, liberi per il neozelandese (anche per Green in realtà, che aveva subito inizialmente fallo) e possesso per i Thunder. Sembrerebbe un nulla di che, ma la Chesapeake Arena si incendia, prendendo di mira continuamente l’ala grande da Michigan, il quale esce totalmente dalla gara e non vi rientrerà più (plus/minus sfavorevole di 43 punti con lui in campo). Nei restanti minuti che precedono l’intervallo, i Thunder segnano un parziale di 24-7. Contro una squadra normale sarebbe già finita, ma mai dare per morti gli Warriors. Oklahoma lo sa, ha imparato la lezione, e nel terzo quarto piazza altri 45 punti che mettono ufficialmente fine alla gara. Termina 133-105.

Michele Di Mauro

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