Il democratico Matteo Richetti ha presentato lo scorso 3 maggio il testo base della riforma dei partiti politici alla Commissione Affari costituzionali della Camera, e il 17 maggio hanno avuto inizio le votazioni sui circa 200 emendamenti formulati da maggioranza e opposizioni, che hanno evidenziato le più importanti problematiche sollevate dal testo.

L’esame è durato due giorni, ed il 26 maggio la riforma sarà in aula per la discussione generale.
I contrasti ravvisati sono riconducibili principalmente a due ordini di problemi: la trasparenza dei finanziamenti ai partiti e l’istituzione di norme che assicurino la democraticità del loro funzionamento interno.

I FINANZIAMENTI

Quanto ai finanziamenti, il testo unificato presentato da Richetti prevede alcuni vincoli che dovrebbero agire in direzione di una rinnovata trasparenza: per le donazioni dai 5.000 ai 15.000 euro diviene obbligatoria la dichiarazione congiunta di donatore e rappresentante della forza politica ricevente, e per donazioni oltre i 15.000 euro le carte dell’atto devono necessariamente essere pubblicate on line.
Il M5s ha criticato la mancanza di riferimenti agli istituti di credito, i quali sarebbero quindi esentati dalla pubblicazione, oltre che alle associazioni e fondazioni, spesso le organizzazioni maggiormente indicate per fungere da “cassa” dei partiti, in quanto sprovviste di tetti massimi per le donazioni.
Approvato in questa direzione l’emendamento a firma Cecconi (M5S) che stabilisce l’obbligo di separazione contabile almeno tra partiti e associazioni formalmente collegate ad esso (non tutte quelle che lo finanziano).
Bocciato invece l’emendamento a firma Nuti (M5S), che vietava di fatto ai partiti di incassare le donazioni di erogatori mantenenti l’anonimato, e obbligava ogni formazione politica a rendere noti online i curricula e i casellari giudiziari dei propri membri candidati alle elezioni.

LA DEMOCRAZIA INTERNA

L’altro punto focale della riforma è quello che si propone di istituire per legge un funzionamento democratico interno alle formazioni politiche, per tutelare i membri di queste dalle decisioni unilaterali della loro dirigenza.
Il ddl a firma Guerini (PD), il testo originario dal quale deriva quello presentato da Richetti, prevedeva in questo senso norme assai stringenti che avrebbero penalizzato non poco ogni movimento politico che non si fosse costituito formalmente partito, e per questo probabilmente sarebbe stato dichiarato incostituzionale.
In pratica, sarebbero stati ammessi alle elezioni solo i partiti propriamente detti, con conseguenze marcatamente anti-democratiche.
Il testo attuale ha invece attenuato questa spinta formalizzante, e il comma 2 dell’articolo 2 recita:

“L’organizzazione e il funzionamento dei partiti, movimenti o gruppi politici organizzati sono improntati al principio della trasparenza e al metodo democratico, la cui osservanza, ai sensi dell’articolo 49 della Costituzione, è assicurata anche attraverso il rispetto delle disposizioni della presente legge. E’ diritto di tutti gli iscritti partecipare, senza discriminazioni, alla determinazione delle scelte politiche che impegnano il partito”

Una democraticità che resta dunque sulla carta, senza essere normata concretamente, nei confronti della quale il M5S si è detto comunque contrario, in quanto nella pratica il citato articolo 49 della Costituzione ha sempre stabilito un distinguo tra metodo di partecipazione alle elezioni e metodo di organizzazione interna, ritenendo obbligatoriamente democratico solo il primo. Bocciati due emendamenti dei pentastellati in merito.

Nel testo sono comunque presenti anche ulteriori disposizioni che incontrano la contrarietà dei Cinque Stelle, viene infatti prevista per i movimenti la presentazione di una dichiarazione di trasparenza, che dovrà rendere noti alcuni elementi fondamentali della propria organizzazione interna: si dovranno indicare obbligatoriamente il «legale rappresentante del partito o del gruppo politico e la sede legale nel territorio dello Stato; gli organi del partito o del gruppo politico, la loro composizione nonché le relative attribuzioni; le modalità di selezione dei candidati per la presentazione delle liste».
In un’intervista rilasciata a Radio Radicale il 18 Maggio, il deputato pentastellato Danilo Toninelli ha motivato la contrarietà espressa dal Movimento in relazione al provvedimento, dichiarando di intendere la normazione come il preludio di un adeguamento «alla struttura tipica del PD, quindi: segreteria di partito, tesoreria, organi direttivi di controllo, esecutivi, sezioni e congressi». Una struttura considerata «verticistica» e «aziendalistica», che non permetterebbe ai cittadini di partecipare alla vita politica della nazione senza prima avere ingaggiato un commercialista e un avvocato, in vista delle difficoltà burocratiche conseguenti.

ANTI-GRILLO E SALVA-PIZZAROTTI

È stato approvato, sorprendentemente con i voti favorevoli dei Cinque Stelle, l’emendamento a firma Andrea Mazziotti (Scelta Civica), rimbalzato in varie testate italiane sotto il nome fittizio di “Anti-Grillo” o “Salva-Pizzarotti”.
L’emendamento reintroduce l’applicazione delle norme del Codice Civile per quei casi non previsti esplicitamente nel regolamento interno del partito. In particolare, nei casi della disciplina del simbolo e delle espulsioni, il primo dovrà essere di proprietà del partito e la sua modifica dovrà essere stabilita sulla base di una consultazione tra i membri di questo, e anche le espulsioni dovranno essere deliberate da un’assemblea per gravi motivi.
Dunque con queste norme il simbolo non potrà più essere di proprietà di un’associazione o di un privato? Niente affatto, potrà esserlo, ma ciò dovrà essere pubblicato nel regolamento interno del partito.
Quanto alle espulsioni, come fa notare anche Il Manifesto, qualora oggi tale normativa dovesse essere già vigente, un altro caso-Pizzarotti non sarebbe escluso, poiché nell’attuale regolamento dei pentastellati riguardo le espulsioni l’ultima parola è comunque affidata al “capo politico”, ovvero Grillo. Basterebbe dunque rendere ufficiale tale modalità di funzionamento secondo le forme previste dalla riforma, e nulla cambierebbe.

SINISTRA ITALIANA PROVA LO SGARBO A RENZI

Tra i numerosi emendamenti bocciati ne va infine evidenziato uno a firma Alfredo D’Attorre (SI), che si proponeva di normare quelle doppie attribuzioni che tanto indignano, almeno a parole, diversi membri della maggioranza e delle opposizioni.
Se fosse stato approvato l’emendamento, la riforma avrebbe previsto di fatto l’obbligatorietà di una scelta per il premier Matteo Renzi, tra la carica di Presidente del Consiglio e quella di Segretario Nazionale del Partito Democratico.
Curioso il fatto che l’emendamento non abbia ricevuto l’appoggio della minoranza dem, evidentemente preoccupata di ammiccare eccessivamente al fuoriuscito Fassina.

Valerio Santori
(Twitter:@santo_santori)

NESSUN COMMENTO