MCGlade: ”La bioplastica non si degrada in mare”

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La popolarità bioplastica, ovvero la plastica ricavata da materie prime rinnovabili e biodegradabili, ha conosciuto un forte aumento nel corso degli ultimi anni. Il merito di questo successo è dovuto soprattutto alla convinzione che l’utilizzo di bottiglie e sacchetti in plastica decomponibile fosse una scelta più ecologica rispetto ai polimeri tradizionali. In realtà non è così.

Il capo dei ricercatori dell’UNEP (l’agenzia dell’Onu per l’ambiente) Jacqueline McGlade in una recente intervista al Guardian in occasione dell’Assemblea Onu dell’Ambiente a Nairobi ha smentito questa falsa credenza. Ecco quanto dichiarato dalla ricercatrice: ”La plastica biodegradabile è piena di buone intenzioni, ma è sbagliata. Tanta plastica etichettata come biodegradabile, come i sacchetti per la spesa, si dissolve soltanto a temperature di 50 gradi, il che non avviene negli oceani. Molti oggetti non sono galleggianti, così affondano e non vengono esposti ai raggi UV, che dovrebbero dissolverli”.

A detta della scienziata anglo-canadese i migliori trattamenti per la plastica biodegradabile sono la raccolta differenziata e il riciclaggio. Questa è la soluzione più indicata anche se non risolutiva: il materiale biodegradabile è un’arma a doppio taglio in quanto le sostanze che vengono aggiunte alla plastica per renderla facilmente dissolvibile la rendono poi più difficile da riciclare.

Un rapporto sui rifiuti plastici in mare presentato dall’UNEP all’Assemblea ha, inoltre, reso noto che solo nel 2014 sono finite negli oceani da 4,8 a 12,7 milioni di tonnellate di plastica su una produzione mondiale che ha superato i 311 milioni di tonnellate. In pratica ogni chilometro quadrato di mare al mondo ha in media 63.320 particelle di microplastica galleggianti sotto i 5 mm di diametro. Se il ritmo resta lo stesso si prevede di raggiungere circa 2 miliardi di tonnellate di rifiuti plastici entro il 2050.

Tutto ciò influisce negativamente sull’ecositema marino. Solo per fare un esempio le meduse utilizzano la plastica presente in mare come habitat perchè ciò consente loro di riprodursi più facilmente. Questi animali si nutrono di plancton e quindi l’eccessiva riproduzione toglie il cibo ai pesci e ad altra fauna marina. Le bottiglie e i sacchetti di plastica potrebbero, inoltre, nuocere agli animali che nuotano indisturbati nelle acque del mare.

La ricetta per ”guarire” l’ambiente, come illustrato dalla McGlade, è migliorare la raccolta e gestione dei rifiuti. La vera sfida è smettere di produrli.

Vincenzo Nicoletti

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