Duterte “il Castigatore” eletto presidente: diritti umani in crisi

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«Chi distrugge le vite del mio popolo sarà ucciso. Chi distrugge le vite dei miei bambini sarà distrutto. Nessun compromesso, nessuna scusa» sono parole di Rodrigo Duterte, il Castigatore che governerà la Repubblica delle Filippine nei prossimi sei anni.

Parte degli elettori filippini ha scelto, in data 9 maggio 2016, di sacrificare i diritti umani in nome della sicurezza.
Duterte, durante la campagna elettorale, ha mostrato ai cittadini uno Stato corrotto dalla criminalità, dalla droga, dall’ineguaglianza sociale ed economica, così corrotto da essere incapace di garantire sicurezza e vivibilità, a meno che non fosse stato guidato da un uomo come lui, ossia un politico deciso a usare violenza con i violenti e a intimare ai criminali «dimenticate le leggi sui diritti umani». Il 39% dei votanti ha avallato la politica della violenza di Duterte.
Lungi dal disattendere le aspettative dei propri elettori, il neopresidente ha immediatamente espresso la volontà di ripristinare la pena di morte – per reati riguardanti il traffico di droga, lo stupro, il furto e l’omicidio – e di concedere alle forze dell’ordine la licenza di uccidere nelle operazioni ai danni della criminalità organizzata.

Già in qualità di sindaco di Davao, Duterte aveva messo in pratica la suddetta politica della violenza: né appelli, né sconti per i criminali, solo punizioni e morte. Le Davao Death Squads, ossia le “squadre della morte” di Davao, sembravano avere il compito di pattugliare la città allo scopo di rintracciare e, se necessario, uccidere tutti coloro su cui pendesse il sospetto di attività criminosa – si stimano oltre mille uccisioni e sparizioni a carico delle DDS, forze speciali che secondo Human Right Watch non sono mai state osteggiate in maniera soddisfacente dal governo e dall’opinione pubblica filippina.
Nel corso degli anni, metodi tanto estremi e ben poco inclini alla tutela dei diritti umani, oltre a rendere il neopresidente noto come il “Castigatore”, hanno effettivamente ridotto il tasso di criminalità nella città, al punto che Davao è oggi considerata tra i centri più sicuri e vivibili delle Filippine.

Bersagli principali dell’astio di Duterte sono stati, anche durante la campagna elettorale, i traffici di droga, la criminalità organizzata e la corruzione, tre elementi che contaminano la società e contro cui è necessario agire nella maniera più efficiente, ossia senza preoccuparsi di non usare violenza o garantire un equo processo. L’uomo “innocente sino a prova contraria” con molte probabilità non esisterà più nelle Filippine, dove Duterte ha già annunciato di voler istituire squadre speciali da dislocare in ogni provincia per garantire sicurezza.
Tra gli altri punti fondamentali del suo programma, figurano il progetto di federalismo e la fine delle tensioni con il Partito comunista delle Filippine, ai cui esponenti avrebbe proposto di ricoprire cariche governative, e con la minoranza musulmana del Mindanao. In particolare, con il federalismo, da attuare entro due anni, si mira alla ridistribuzione delle risorse in tutto il territorio nazionale, così da creare vantaggi per l’economia più bistrattata e garantire maggiore autonomia alle province – due obiettivi, questi, che in sede elettorale hanno valso al neopresidente il voto della fascia economicamente più debole della popolazione, mentre il proposito di porre fine agli scontri con la minoranza musulmana ha riavvicinato, di recente, la Chiesa al politico filippino.

«Colpirò duramente il traffico di droga e prometto l’inferno ai criminali», è con frasi come questa che Duterte ha conquistato gli elettori, con “promesse di pace”: pace a tutti i costi, anche a costo della guerra.

La dialettica dal sapore irriverente e provocatorio ha fatto sì che i media internazionali iniziassero ad accostarlo alla figura di Trump, al punto tale da ribattezzarlo il “Trump dell’Asia”. Entrambi, difatti, hanno mostrato di gradire la platealità, nelle azioni e nelle esternazioni, e il confronto in apparenza senza filtri con la popolazione.
Tuttavia, ciò che più accomuna le due figure è l’aver individuato i punti più sensibili della società ed essersi presentati come la “soluzione” in grado di ribaltare la situazione a vantaggio dei cittadini. Cuore pulsante di ambedue i programmi politici è la sicurezza in ogni sua sfaccettatura: al riparo da un’economia in pezzi, dalla criminalità, dalla morte, al riparo da tutto ciò che possa ledere l’individuo – «Ci saranno attacchi da parte delle persone che in questo momento stanno entrando nel nostro Paese» ha dichiarato Trump, riferendosi alla possibilità che tra i profughi siriani vi siano cellule terroriste, seminando in tal modo panico, diffidenza e malumore.

Riuscire a rendere l’aspettativa di sicurezza il fulcro dei propri propositi politici denuncia una società schiava della paura, e forse anche della stanchezza – stanchi di tollerare, di difendere principi, di accettare il rischio.
E una società stanca e impaurita è una società potenzialmente disposta a tutto, finanche a barattare i diritti umani con uno spiraglio di tranquillità. A quasi il 40% degli elettori filippini non è importato affatto che la Davao di Duterte fosse divenuta una roccaforte grazie a persecuzioni e uccisioni, né che il politico avesse intenzione di estendere il “metodo-Davao” a tutto lo Stato, e probabilmente non importerà granché che nelle vesti di neopresidente abbia giustificato l’uccisione di giornalisti “corrotti” – «Solo perché sei giornalista, non significa che tu sia esente dall’essere assassinato, se sei un figlio di… Non c’è libertà di espressione che tenga, quando fai un torto a qualcuno» –, né che voglia ripristinare la pena di morte per impiccagione – cosicché, a detta di Duterte, non si sprechino cartucce. Nulla sembra avere reale importanza dinanzi alla prospettiva di condurre una vita dignitosa e serena.
In un articolo del 10 maggio 2016, Amnesty International ricorda che il diritto alla vita e a un regolare ed equo processo sono imprescindibili e devono essere garantiti, non respinti. «Se il presidente appena eletto Rodrigo Duterte vuol realmente cambiare le cose nelle Filippine, deve rompere con il passato segnato dalla violazione dei diritti umani e mettere fine alla cultura dominante dell’impunità» è l’invito presente in apertura, che pone all’attenzione quanto sia corrotta l’idea che pace e stabilità possano ergersi sulle macerie della violenza.  

Il dato tuttavia più evidente resta l’instabilità di cui è succube la popolazione, e non soltanto, forse, quella delle Filippine.
Ad oggi, sono diverse le nazioni in cui giorno dopo giorno conquistano consensi quei politici che inneggiano alla repressione del nemico e al rifiuto dello straniero, ambedue atteggiamenti in grado, almeno in apparenza, di garantire una vita dignitosa e sicura.
Il problema, dunque, potrebbe non essere Duterte o qualsiasi altra personalità dall’animo intollerante, bensì una struttura sociale e politica ancora incapace di far coesistere la giustizia, l’uguaglianza e la serenità con la tutela dei diritti umani – una struttura debole al punto da tramutare i citati diritti in un dazio necessario, accettabile, equo.

Rosa Ciglio

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