Camoscio appenninico, si allontana il rischio estinzione

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Dall’ultimo Congresso Internazionale sulla Biodiversità tenutosi a Lama dei Peligni nel Parco della Majella (Abruzzo) è emerso che il camoscio appenninico non è più rischio estinzione.

Tra l’Ottocento e il Novecento a causa della caccia spietata e dell’impatto degli allevamenti la specie rischiò di scomparire. Nel 1913 l’allora ministro dell’Agricoltura Francesco Saverio Nitti sottopose all’attenzione del Re un decreto per il divieto di caccia ai camosci al fine di tutelarli convertito poi in legge. Questo non basto, però, a preservare il rarissimo Rupicapra pyrenaica ornata: fino a qualche anno fa i superstiti erano soltanto 30.

Il ritorno di questo raro mammifero artiodattilo è merito del progetto di reintroduzione Life Coornata avviato nel 2010 dal Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, dal Parco nazionale della Majella, dal Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, dal Parco Nazionale dei Monti Sibillini e dal Parco regionale del Sirente-Velino con la collaborazione di Legambiente e realizzato grazie allo strumento finanziario Life+ dell’Unione Europea.

Alcuni esemplari sono stati prelevati dall’Abruzzo con tecniche avanzate mai utilizzate prima e poi rilasciati negli altri parchi per avviare nuove colonie. Addormentare un camoscio tramite anestesia prevede molti rischi per la salute dell’animale (attacchi di panico, elevate pulsazioni cardiache e perdita di coscienza). Per evitare questo pericolo sono state fatte catture di gruppo utilizzando reti molto morbide.

I camosci reintrodotti si sono ambientati presto e hanno iniziato a riprodursi con frequenza. La popolazione del Camoscio d’Abruzzo ha raggiunto oggigiorno i 2000 esemplari, di cui la metà nel solo Parco Nazionale d’Abruzzo, 600 in quello della Majella e 400 in quello del Gran Sasso. L’incremento medio della popolazione è del 2% circa annuo.

Nonostante il forte incremento numerico la specie non è ancora immune al rischio estinzione visto il pool genetico molto limitato (tutti gli esemplari esistenti derivano dai quei 30 superstiti abruzzesi). Il buon esito del progetto lascia comunque ben sperare. Si auspica che presto l’animale ritorni a popolare le nostre montagne rendendole meno vuote.

Vincenzo Nicoletti

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