Si fanno sempre più tesi i rapporti fra il Governo turco e la folta minoranza dei curdi: difatti sono attualmente indagati cinquanta parlamentari appartenenti al Partito Democratico del Popolo (HDP), che è il principale schieramento politico filo-curdo in Turchia.

Proprio a seguito di tale indagine, lo scorso 20 maggio è stato approvato dal Parlamento un emendamento che cancella l’immunità per i parlamentari indagati; secondo il leader dell’HDP Selahattin Demirtaş questa è una mossa studiata dal presidente turco Erdoğan per mettere in fuori gioco la rappresentanza parlamentare filo-curda.

Demirtaş spiega come il Partito Democratico del Popolo sia l’ultimo baluardo che separa la Turchia dal diventare una vera e propria autocrazia, fortemente voluta da Erdoğan. Il politico curdo, nel motivare l’emendamento parlamentare, sottolinea infatti la posizione del proprio partito, dicendo: «Siamo stati noi ad impedire le riforme costituzionali e la svolta presidenzialista volute da Erdoğan per portare a compimento la sua idea dell’uomo solo al comando. Per questo, oggi, siamo un obiettivo. Ma questo Paese e questo Parlamento non sono di sua proprietà».

Le accuse mosse all’HDP sono legate al terrorismo e riguardano prevalentemente affermazioni di parlamentari e dirigenti di partito fatte durante incontri pubblici e manifestazioni. È sempre il leader curdo a commentare quanto viene contestato al suo partito, e lo fa con toni decisi: «Tutte le accuse che ci sono rivolte sono una limitazione alla nostra libertà di espressione e pensiero. Quando queste accuse sono state valutate secondo gli standard democratici universalmente accettati, si è sempre ritenuto giusto che fossero coperte dall’immunità. Le nostre dichiarazioni sulle violazioni dei diritti, le ingiustizie e lo stato di terrore nei territori turchi e curdi hanno però infastidito il governo e la magistratura che è controllata dall’esecutivo».

Contemporaneamente alla questione parlamentare, nei giorni scorsi è sorta un’altra problematica tra il governo di Ankara e i curdi, questa volta riguardante l’intervento turco per combattere l’ISIS. La Turchia è disposta a scendere in campo a fianco degli Stati Uniti per riconquistare la città di Raqqa, caduta nelle mani dello Stato Islamico, ma con la condizione di escludere le milizie curdo-siriane dallo schieramento anti-Daesh. Questo è quanto ha dichiarato il ministro degli esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu.

Il governo di Ankara considera infatti le milizie curde dell’YPG un’organizzazione terroristica, alla stessa stregua del PKK, mentre gli Stati Uniti forniscono supporto alle stesse milizie nella lotta allo Stato Islamico. Nei giorni scorsi la Turchia aveva aspramente formulato delle aspre proteste al governo americano per l’apparente presenza di soldati statunitensi con le insegne dell’YPG nell’ offensiva verso Raqqa. Il Pentagono ha prontamente smentito la notizia sostenendo che gli elementi delle proprie forze armate siano impiegate nella lotta contro l’ISIS con funzioni di mero supporto, senza mai esser presenti in azioni dirette.

Galileo Frustaci

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