Giacomo Leopardi: l’immortalità di un’anima immensa

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14 giugno 1837: alle falde dello “sterminator Vesevo”, un attacco di asma ed idropisia stronca una “vita dolorosa e nuda”, quella di Giacomo Leopardi.

Una vita spesa nella solitudine di una casa oppressa dal bigottismo e dalle antiche etichette sociali, sotto la minaccia napoleonica, in un paesino marchigiano dagli orizzonti ristretti e limitati, Recanati, il suo natio borgo selvaggio, intra una gente zotica, vil”. Una vita segnata dalle torture del male, da un “cieco malor” invalidante per il corpo, che contribuì ad accentuare il suo isolamento e la sua depressione. Sette anni da lui stesso definiti di “studio  matto e disperatissimo” che spalancarono le porte di una conoscenza senza pari, a prezzo di irreparabili danni fisici: “e  mi sono rovinato infelicemente e per tutta la vita, e rendutomi l’aspetto miserabile, e dispregevolissima tutta quella gran parte dell’uomo, che è la sola a cui guardino i più..”.

Nei suoi ultimi anni di vita trascorsi a Torre del Greco, molti stranieri di passaggio spesero qualche parola sul suo conto. Augusto von Platen lo descrisse così: “Leopardi è piccolo e gobbo, il viso ha pallido e sofferente, ed egli peggiora le sue cattive condizioni col suo modo di vivere, poiché fa del giorno notte e viceversa. Senza potersi muovere e senza potersi applicare, per lo stato dei suoi nervi, egli conduce una delle più miserevoli vite che si possano immaginare”.

Sul suo sepolcro, nei pressi di Piedigrotta a Napoli, le parole riportate furono dettate dal suo primo ed eterno amico, Pietro Giordani:

“Al conte Giacomo Leopardi Recanatese | filologo ammirato fuori d’Italia | scrittore di filosofia e di poesia altissimo | da paragonare solamente coi Greci | che finì ai XXXIX anni la vita | per continue malattia miserrima | fece Antonio Ranieri | per sette anni fino all’estrema ora congiunto | all’amico adorato”.

– Tomba di Leopardi, Parco Vergiliano, Napoli.

179 anni intercorsi dalla sua morte, eppure ancora oggi ne celebriamo la memoria, l’incredibile patrimonio da lui affidato nelle mani dei posteri, la sua straordinaria modernità che lo rende un poeta, un filosofo, un osservatore, un pensatore, un’anima capace di sfiorare le corde della sensibilità di chiunque si appresti a leggerne le parole. Un profeta di ieri, di oggi, di domani. Il rapporto con la natura, la difficile integrazione dell’uomo moderno con essa, le relazioni compromesse tra gli uomini, la finitudine della vita umana, la ricerca disperata di senso, di significato: tutti problemi da lui affrontati di petto, in una prospettiva critico-negativa, nei quali risiede l’incredibile modernità leopardiana. Oltre all’eterna modernità dei temi leopardiani, il fascino dei suoi scritti consiste nella perfetta fusione tra pensiero critico e dolcezza della poesia, che permane, nonostante il naufragio inevitabile in cui annega l’intelletto umano alle prese con il tentativo di discostarsi dalla condizione di finitudine in cui è relegato.

Il suo sistema filosofico in movimento, le cui linee sono tracciate nelle pagine dell’immenso diario di pensieri, lo Zibaldone, è riflesso e filtrato anche nelle pagine de I Canti: un movimento perpetuo che si divincola tra pensiero e poesia. Dialogo continuo e sempre aperto: poesia pensante e pensiero poetante, senza un netto confine, in quell’amore per il vago e l’indefinito che contraddistingue tutta la produzione di Leopardi. Un bagaglio culturale immenso, frutto di una vita trascorsa tra riflessione e pensiero, prodotto non tanto per ambizione, quanto bensì per la smania di osservare le cause e le conseguenze di un male che marchia non solo la sua stessa vita, ma tutto il mondo circostante: “Non gli uomini solamente, ma il genere umano fu e sarà sempre infelice di necessità. Non il genere umano solamente, ma tutti gli animali. Non gli animali soltanto ma tutti gli altri esseri al loro modo. Non gl’individui, ma le specie, i generi, i regni, i globi, i sistemi, i mondi”.

Un giardino, nella più mite stagione dell’anno, la primavera, da eden si trasforma in un “vasto ospitale”, un luogo più deprecabile del cimitero, ove ogni singolo componente della natura è sottoposto ad uno strazio: le api fanno strage di fiorellini, il sole essicca la rosa, gli alberi sono infestati da insetti, da un eccesso di luce, di ombra, di caldo, di freddo.. Nessuno è immune dal patimento, per cui se questi esseri sentono o, vogliamo dire, sentissero, certo è che il non essere sarebbe per loro assai meglio che l’essere”.

Da questa constatazione nasce il desiderio intenso ed ossessivo di trovare un senso, un perché all’esistenza della vita: nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia la sua ansia di ricerca di un significato si esplica nella domanda disseminata nel testo <a che serve?> destinata alla sorda e muta natura, simboleggiata dalla silenziosa luna. Il dialogo finisce così per diventare un monologo del poeta, la cui condizione è paragonata a quella di un pastore col suo perpetuo vagare, così piccolo e breve rispetto all’austerità della natura, con il suo tempo grande, preoccupata solo ed esclusivamente alla via dell’universo. In questa prospettiva di analisi della realtà, a differenza di quanto ci si aspetterebbe, Leopardi non sconfina in un nichilismo distruttivo. Tutt’altro. Sebbene egli si trovi faccia a faccia con una tragicità della condizione umana senza possibilità di scampo, la sua originalità risiede proprio nella conclusione di un pensiero in movimento maturato nel corso di una vita: nel 1836 nasce l’ultimo capolavoro di Leopardi che racchiude la proposta di recupero della dignità umana basata sulla consapevolezza assunta senza veli della miseria della vita umana, La Ginestra o Il fiore del deserto.

Un fiore fragile e profumato che cresce in un ambiente ostile, soggetto alla potenza distruttiva della natura di cui sarà irrimediabilmente e consapevolmente vittima. In questo capolavoro, il nucleo dell’ anima di Leopardi: il sorriso sulla bocca della disperazione. Il deserto della vita colorato e profumato da un fiore, la cui vita assume le sembianze di quella del poeta. La dolcezza della poesia che resta eterna, più potente di tutto, bellissima nella brevità della sua fragilità.

Sonia Zeno

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Sonia Zeno, nata il 19/08/93 a Napoli e residente in Ercolano. Laureanda in Lettere moderne, aspira a diventare una docente di letteratura italiana e scrittrice, amante della poesia e convinta che essa sia capace di donare occhi nuovi con cui guardare il mondo circostante, scoprendo in ciascuno di noi una speciale e singolare sensibilità.

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