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Fin dai primi momenti della sua negoziazione, il TTIP, che mira alla creazione del più grande spazio commerciale al mondo tra UE e USA, non ha mai smesso di sollevare dubbi e polemiche.

In realtà, tra mitizzazione e demonizzazione, della Transatlantic Trade and Investment Partership si è saputo sempre molto poco ed il dibattito è rimasto a lungo confinato nei salotti intellettuali e in qualche sporadica riga di alcuni giornali.

Da qualche mese, la sempre maggiore attenzione dell’opinione pubblica e dei media internazionali ha portato ad alcuni piccoli passi verso una maggiore trasparenza nella negoziazione. Un’informazione imparziale e una presa di coscienza su larga scala sarebbero dovute essere sin da subito una priorità imprescindibile per un accordo così influente, che coinvolge direttamente 50 stati e 820 milioni di cittadini. 

Così, era prevedibile che proprio la mancanza di trasparenza durante ben tre anni di trattative arricchisse ulteriormente le già forti perplessità sui loro contenuti. Nell’assoluta necessità di segretezza, infatti, associazioni e sindacati hanno visto un diversivo per nascondere non solo futuri scenari sbilanciati a vantaggio di grandi aziende e multinazionali, ma anche gravosi pericoli per consumatori e piccole imprese.

Dopo la pubblicazione dei leaks da parte della sezione olandese di Greenpeace e la conferma di molte delle preoccupazioni sulle conseguenze del TTIP, sono aumentate le polemiche legate alla completa opacità della contrattazione.

Alla fine, le pressioni sempre maggiori dei diversi governi hanno ottenuto anche in Italia, a partire dal 30 maggio scorso, l’istituzione di una Sala di Lettura a Roma, dove parlamentari e alcuni alti funzionari amministrativi possono consultare tutti i plichi che compongono il negoziato.

Per preservare ancora un certo grado di protezione, l’accesso ai documenti rimane scandito da rigidissime regole di comportamento, concordate dal governo italiano con i negoziatori europei: un’ora di tempo per leggere circa 800 pagine e prendere appunti a penna, l’assoluto divieto di scattare foto, scrivere al computer, usare il telefono o fare fotocopie.

Dopo aver fatto richiesta all’ufficio di competenza, hanno potuto vagliare la bozza del trattato Giulio Marcon e Florian Kronbichler di Sinistra Italiana, un gruppo del M5S guidato da Stefano Lucidi, e alcuni deputati del PD, tra cui la siciliana Gea Schirò Planeta. Mentre i due esponenti della sinistra radicale lamentano la scarsità del tempo concesso a fronte della vastità dei contenuti e ribadiscono i rischi ai consumatori e al mercato europeo, il M5S preferisce non sbilanciarsi nei commenti. La deputata dem, al contrario, ha affermato che si tratta di «un trattato ampio e interessante» con «dei vantaggi per le piccole imprese, che potranno usufruire dell’eliminazione dei dazi doganali. In sostanza, se io voglio esportare un prodotto italiano negli Stati Uniti non pagherò più i dazi. Ad ogni modo bisognerà aspettare il round negoziale di luglio».

A questo piccolo avanzamento verso la trasparenza, si aggiunge anche l’iniziativa del Movimento 5 Stelle di tradurre in italiano i documenti del TTIP diffusi da Greenpeace (qui potrete trovare i testi tradotti), dando così la possibilità a tutti i cittadini del paese di consultare facilmente le carte e divenirne sempre più consapevoli. L’eurodeputato pentastellato Dario Tamburano ha giustificato questa iniziativa sottolineando nuovamente che «il TTIP mette a rischio non solo la salute, l’ambiente e i posti di lavoro, ma anche la sovranità degli Stati nazionali».

Proprio l’ultimo punto, quello della sovranità, è uno dei temi più controversi e scivolosi. L’eventuale possibilità per le multinazionali di portare a giudizio un ente governativo accusato di danneggiare i propri mercati e investimenti in tribunali arbitrali – dunque non sottoposti a giudizia ordinaria – viene considerata da molti come un attacco diretto alla democrazia, perché interferirebbe significativamente con le politiche sanitarie, ambientali ed economiche dei singoli paesi.

Nonostante questo, sono in molti a sostenere che il TTIP rappresenti la grande occasione per le merci europee di spopolare nei mercati statunitensi, superando finalmente i pesanti dazi che oggi le opprimono. Ne seguirebbero una crescita dei consumi, del PIL e dei posti di lavoro. Per altri, al contrario, anche sul versante economico, segnerebbe un inesorabile declino per le piccole e medie imprese del Vecchio Continente, schiacciate dalla competizione asimmetrica dei prodotti d’oltreoceano. Oltre alle ricadute nei mercati e al rischio di perdere parte del patrimonio agroalimentare europeo, il focus degli oppositori è concentrato sui pericoli per l’ambiente e per la salute del consumatore. Le facilitazioni commerciali, infatti, si attuerebbero spingendo soprattutto sull’appiattimento delle norme di sicurezza e dei controlli, che in Europa si basano sul principio di precauzione in materia di alimentazione e cosmetici.

Paolo De Castro, eurodeputato dem e presidente della Commissione Agricoltura e Sviluppo Rurale nell’accordo, assicura che «I principi su cui si basano i livelli di protezione dei cittadini-consumatori non sono oggetto di discussione», eppure le recenti rivelazioni dei leaks appaiono confermare il superamento di quelle linee rosse che la Commissione aveva assicurato di non voler e dover superare per nessun motivo.

Da quando Barack Obama e l’allora presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso hanno avviato ufficialmente le trattative del TTIP, a giugno 2013, sono passati esattamente tre anni. C’è chi si auspica la chiusura dei negoziati prima delle elezioni del nuovo Presidente degli Stati Uniti a ottobre. Se l’accordo dovesse andare in porto, il testimone passerebbe al Parlamento Europeo e, successivamente, ai 28 stati membri, che avrebbero l’ultima parola per fermarlo. Ma a giudicare dal tono delle polemiche, legittimamente intensificatesi a seguito del vaglio delle carte, c’è da aspettarsi un’ulteriore proroga della contrattazione e, magari, un’Europa più intransigente e determinata nel far rispettare le sue posizioni.

Rosa Uliassi

2 COMMENTI

  1. […] E per l’ormai famoso Transatlantic Trade and Investment Partership, che – ricordiamo – mira alla creazione del più grande spazio commerciale al mondo tra UE e USA, la strada della realizzazione si fa sempre più ripida e tortuosa. Non è facile fare pronostici sul suo futuro, ma “la finestra di opportunità” per chiudere le trattative rapidamente si sta riducendo giorno dopo giorno, tanto che l’eurodeputato Paolo de Castro vede un loro slittamento «almeno fino al 2020». I successori di Obama, infatti, non sembrano particolarmente interessati a fare pressioni sulla riuscita dell’intesa e lo stesso vale per i leader europei, che non hanno intenzione di farsi portavoce di una campagna per il sì verso un negoziato così poco popolare, soprattutto in vista delle elezioni dei prossimi due anni. […]

  2. […] E per l’ormai famoso Transatlantic Trade and Investment Partership, che – ricordiamo – mira alla creazione del più grande spazio commerciale al mondo tra UE e USA, la strada della realizzazione si fa sempre più ripida e tortuosa. Non è facile fare pronostici sul suo futuro, ma “la finestra di opportunità” per chiudere le trattative rapidamente si sta riducendo giorno dopo giorno, tanto che l’eurodeputato Paolo de Castro vede un loro slittamento “almeno fino al 2020». I successori di Obama, infatti, non sembrano particolarmente interessati a fare pressioni sulla riuscita dell’intesa e lo stesso vale per i leader europei, che non hanno intenzione di farsi portavoce di una campagna per il sì verso un negoziato così poco popolare, soprattutto in vista delle elezioni dei prossimi due anni. […]

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