Questione palestinese, dove eravamo rimasti?

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questione palestinese

In geopolitica esistono temi, come la questione palestinese, rimasti d’attualità per intere generazioni, visto anche l’enorme carico emozionale proveniente dalle immagini degli attentati a cui siamo periodicamente costretti ad assistere.

L’ultimo in ordine di tempo è stato quello dell’8 giugno scorso, quando due terroristi hanno attaccato il mercato di Sarona a Tel Aviv, uccidendo quattro persone e ferendone sedici.
L’episodio è stato sottolineato con raccapricciante euforia dal leader di Hamas, Ismail Haniyeh, che ha scritto un tweet in cui augurava «gloria e saluti agli autori della sparatoria al Sarona market».

I responsabili sono due cugini provenienti da un villaggio nei dintorni di Hebron, in Cisgiordania, che ha immediatamente subito una forte rappresaglia delle forze di sicurezza israeliane, le quali hanno effettuato numerosi arresti in tutto il territorio, compresi poi gli stessi attentatori, uno di questi gravemente ferito.
I killer hanno agito con una mitraglietta artigianale, travestendosi da ebrei ultraortodossi, dismettendo così ogni genere di abbigliamento che li avrebbe fatti riconoscere come palestinesi.
La dinamica ha subito fatto pensare all’iniziativa di cani sciolti, senza alcun legame con le organizzazioni terroristiche attive sul territorio, animati solo dal proprio fanatismo e da un odio ben radicato.

Il dato non è di poco conto in relazione alla questione palestinese, se si pensa che da qualche mese i palestinesi hanno imbastito una nuova guerriglia che in gergo giornalistico è stata denominataintifada dei coltelli”, i cui protagonisti sono giovani terroristi che danno vita ad azioni isolate contro gli israeliani, armati da strumenti rudimentali, come coltelli, pistole o, come in questo caso, rozze mitragliette.

Le ritorsioni da parte di Israele, dicevamo, non si sono fatte attendere. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha infatti disposto il blocco dei permessi d’ingresso in vista del Ramadan a 83mila palestinesi, sia per chi proveniva da Gaza che dalla Cisgiordania.
Il neoministro della Difesa Avigdor Lieberman, inoltre, ha bloccato a tempo indeterminato la restituzione alle famiglie dei corpi dei palestinesi uccisi dalla polizia e dall’esercito israeliano.

A proposito del nuovo eletto, è utile dire che l’avvicendamento con l’ex ministro Moshe Yaalon si inserisce in un progetto di consolidamento dalle destre al governo, con l’inserimento del leader del partito nazionalista Yisrael Beiteinu – Lieberman, per l’appunto – a tutto vantaggio di Netanyahu e della sua strategia politica.
Un personaggio decisamente sopra le righe questo 57enne radicale di destra, da sempre intransigente con la Palestina, che non poco tempo fa, per fare un esempio simbolico, proponeva di condannare alla pena capitale i membri palestinesi della Knesset, il parlamento israeliano, accusati di aver stretto contatti con Hamas.

Con queste premesse, gli osservatori internazionali sono concordi nell’affermare che con l’assunzione al potere di Lieberman si intensificherà la linea dura di Israele con il suo vicino, allontanando le ipotesi di accordo caldeggiate a più riprese dai leader mondiali.

Il pensiero corre, fra gli altri, alla Francia, che oltre ad ospitare gli Europei di calcio, all’inizio del mese ha organizzato a Parigi una Conferenza di pace sul Medio Oriente, il cui obiettivo finale si può riassumente nello slogan “due popoli, due stati”, di cui François Hollande è stato il primo promotore.
Un’iniziativa lodevole senza dubbio ai fini della questione palestinese, peccato che siano mancati i diretti interessati, Israele e Palestina, impegnati nel frattanto a farsi una guerra senza esclusione di colpi che, purtroppo, non promette di arrestarsi nel breve periodo. E dire che, a parole, sia Netanyahu che Abu Mazen, il presidente palestinese, si erano tesi la mano.

Qualsiasi accordo internazionale, tuttavia, passa da reciproche concessioni e riconoscimenti, uno su tutti quello dello stato di Israele da parte dei paesi arabi. Una posizione decisamente lontana dalla vox populi palestinese, che, d’altro canto, reclama ancora il ritorno dei profughi del ’48 nelle terre d’origine.
Posizioni, insomma, apparentemente inconciliabili ed anni luce distanti, se non fosse che la politica, quella buona, può ancora trovare i compromessi più urgenti che garantirebbero un indispensabile cessate il fuoco da entrambe le fazioni.

In questo senso, l’Europa, Francia in testa, ha fatto importanti passi in avanti, seguita a ruota dall’Arabia Saudita, che pare stia inviando messaggi di riconciliazione agli israeliani.

Adesso sarebbe auspicabile una presa di coscienza delle parti in causa, che sostituiscano con i fatti le sin troppe parole spese sul problema parole dure, che somigliano più a minacce neanche troppo velate che non a messaggi di distensione. Ma è proprio di questi ultimi che la questione palestinese necessita, e anche in fretta.

Carlo Rombolà

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