Torino si appresta a vivere un ballottaggio, il primo dal 2001, quanto mai in bilico. La città è letteralmente divisa tra il sindaco uscente Piero Fassino e l’ex consigliera comunale pentastellata Chiara Appendino.

Gli schieramenti sono ancora spaccati ed eterogenei. Se Fassino incassa l’endorsement del solo Osvaldo Napoli, con Forza Italia però divisa nel merito della scelta, la Appendino raccoglie intorno a sé un consenso trasversale e sotto chiavi diverse tra loro: dal tandem Lega-Fratelli d’Italia in dichiarata funzione anti-PD al centrista Roberto Rosso che ha tentato di raggiungere il ballottaggio come nel 2001, quando fu determinante per il successo di Chiamparino il fattore emotivo suscitato dalla morte improvvisa del vicesindaco uscente Domenico Carpanini, o ancora a Casapound e persino a buona parte di Torino in Comune, la lista ufficiale di Sinistra Italiana guidata dall’ex sindacalista FIOM Giorgio Airaudo, parlamentare di SEL, che è nata in contrapposizione alla gestione Fassino.

Si divide la Torino della cultura, che pure sembra tendere “a sinistra” grazie ai tagli al settore paventati dal programma della Appendino: si schierano più o meno convintamente per Fassino la presidente del Museo Egizio Evelina Christillin, già nel comitato organizzatore delle Olimpiadi del 2006, la direttrice del Circolo dei Lettori Maurizia Rebola, che pure ha scatenato polemiche per un post su Facebook nel quale interpretava il pensiero del figlio disabile, l’AD della Scuola Holden Mauro Berruto, ex commissario tecnico della Nazionale di pallavolo maschile.

Si divide la Torino accademica, con il presidente emerito della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky che cita Hegel per sostenere Fassino ed il teorico dei beni comuni Ugo Mattei che invece prende le parti della Appendino per cercare di portare rinnovamento dopo ventitré anni di “sistema Torino”.

È indecisa la Torino dell’industria e della finanza, che denuncia la scarsa attenzione prestata dai candidati sindaci all’imprenditoria, nonostante lo spregiudicato appello del manager di Intesa Sanpaolo Enrico Salza a non votare la Appendino «altrimenti finiscono Torino e il Piemonte».

È spaccata, soprattutto, la Torino quotidiana. C’è una generazione sulla quarantina che vorrebbe respirare l’aria del rinnovamento, c’è una parte di popolazione di ceto ed istruzione medio-basso che vuole votare per una candidata “giovane e bella” senza spingere l’analisi ad un livello più approfondito, c’è una vasta fascia trasversale talmente indecisa da abbracciare l’astensione, e c’è una considerevole parte che non si riconosce in nessuno dei due candidati ed è seriamente orientata verso la scheda nulla.

Nei 695.740 elettori di Torino, oltretutto, non rientrano per età o per residenza gli altri grandi esclusi dal dibattito pre-elettorale: gli studenti dei licei e gli universitari fuorisede, ovvero una parte consistente della città presente e l’ossatura della Torino futura.
Nelle parole sull’attrattività di una Torino sempre più turistica, infatti, non si è menzionata la vita notturna, concentrata nel rinnovato borgo di San Salvario, nel ristretto Quadrilatero Romano e nel centralissimo asse tra le piazze Vittorio Veneto e Santa Giulia, reso monco dalla chiusura avvenuta sotto il mandato di Fassino dei Murazzi, in riva al Po, che per anni sono stati il fulcro della movida sotto la Mole: qui pesa anche un comitato di residenti non numeroso ma piuttosto polemico, tanto da aver causato problemi durante l’ultimo Torino Jazz Festival. Senza una vita notturna sufficiente, possibilmente accompagnata da una combinazione di trasporto pubblico di superficie e di metropolitana attivo senza interruzioni e con frequenza anche maggiore durante le serate del weekend, cosa che peraltro ridurrebbe sia il traffico con il rischio di incidenti che le distanze tra le periferie ed il centro, Torino rischia di ritornare una città poco accogliente, nella quale la vitalità giovanile è sacrificata sull’altare del grigiore dal quale la città ha fatto di tutto per allontanarsi.

Come pochi hanno fatto notare, e non a torto, i temi più dibattuti sono quelli nei quali Torino non è protagonista, o nei quali il sindaco ha poco potere: il dibattito sulla TAV o le posizioni sul referendum costituzionale, per esempio, per quanto interessanti incidono in proporzione minima sulla vita quotidiana di un cittadino torinese; sono eccellente terreno di confronto politico, ma in sedi diverse dai gazebo nei mercati.
Parimenti è quantomeno scorretto l’intervento di ministri non competenti per ruolo, come Maria Elena Boschi, per quanto riguarda i fondi per il progettato polo sanitario della Città della Salute: ciò che riguarda Torino deve essere discusso a Torino dai torinesi, non a Roma da un’aretina. Pienamente comprensibili, in casi come questi, le reazioni stizzite di chi urla al ricatto o all’ingerenza.

La sfida per Torino è avvincente, dunque, per gli attori in campo, ma non come sarebbe giusto aspettarsi per le proposte programmatiche per il futuro della città, fino al 2021 e possibilmente con uno sguardo ancora più lungo. È questo, probabilmente, il fatto che più fa temere per il destino della prima Capitale d’Italia.

Simone Moricca

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