Arthur Rimbaud: il “grande maledetto”

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“Io so i cieli che scoppiano in lampi, e so le trombe,
Le correnti e i riflussi: io so la sera, e l’Alba
Che si esalta nel cielo come colombe a stormo;
E qualche volta ho visto quel che l’uomo ha sognato!”

Così scriveva il “poète maudit” Arthur Rimbaud nel suo componimento “Battello ebbro”, scaraventando la scialuppa della sua esistenza nel mare tempestoso della vita, in balia dei flutti vorticosi, delle onde impetuose, della corrente incessante e veemente, in cui le canoniche dimensioni dello spazio e del tempo svaniscono, guidando il poeta nei magnifici anfratti dell’incertezza, dove la realtà non è che una pallida ombra di quel mondo visionario della fantasia, che induce alle meravigliose inquietudini dell’avventura.

Fin dalla tenerissima età di 16 anni, Rimbaud, avverso a tutto ciò che pretendeva ad ogni costo di incastonarsi come diamante di certezza, sovverte i dettami perbenisti e bigotti della borghesia di cui la sua stessa famiglia era intrisa, si ribella alle loro sicurezze pedisseque e stancanti, impervia nei meandri sublimi della perdizione. Il poeta, infatti, dall’animo dannato e vagabondo, fugge via da quel microcosmo così distante e lontano, incedendo nel suo universo così terrificante, eppur così avvincente, in cui il suo “albergo è all’Orsa maggiore” e le stelle fanno “un dolce frou-frou”.

« I pugni nelle tasche rotte, me ne andavo
con il mio pastrano diventato ideale;
sotto il cielo andavo, o Musa, a te solidale;
oh! là là! quanti splendidi amori sognavo! »

La sua poesia, inizialmente dai toni dissacranti e violenti, aspri e furiosi, si inoltra nei sentieri di una disperazione infiammata, travolgente, esasperata che afferra le briglie del pathos folgorante, della passione annichilente e brucia per la sua stessa intensità. La poesia è “rivelazione”, non si adagia negli schemi ortodossi del classicismo, sfugge alle regole, non si lascia ingabbiare, scongiurando addirittura i criteri dello spazio e del tempo. Il poeta deve farsi “veggente”

“Attraverso una lunga, immensa e ragionata sregolatezza di tutti i sensi. Tutte le forme d’amore, di sofferenza, di follia; egli cerca se stesso, esaurisce in sé tutti i veleni, per non serbarne che la quintessenza. Ineffabile tortura in cui ha bisogno di tutta la fede, di tutta la forza sovrumana, nella quale diventa fra tutti il grande malato, il grande criminale, il grande maledetto, – e il sommo Sapiente! – Poiché giunge all’ignoto! Avendo coltivato la sua anima, già ricca, più di ogni altro! Egli giunge all’ignoto, e anche se, sconvolto, dovesse finire per perdere l’intelligenza delle sue visioni, le avrebbe pur sempre viste!”

Rimbaud

Rimbaud vuole “trovare il nuovo nel grembo dell’ignoto” ed è proprio all’ignoto che egli approda con la raccolta “Une saison en enfer” (una stagione all’inferno) in cui, incontrastata, predomina l’irrazionalità. L’autore superbamente conduce questo viaggio immaginario attraverso l’inferno, metafora della situazione storico-politica dell’epoca, esplora l’inconscio, supera e rovescia qualunque sovrastruttura logica. La parola evoca l’immagine, si fonde con essa, sondando le profondità raccapriccianti di tutto ciò che è oscuro, immergendosi con voluttà in esso, in preda all’ineffabile ebbrezza della vertigine.

“All’inizio scrivevo silenzi,
annotavo l’inesprimibile,
fissavo vertigini.”

Pervasa di straziante lirismo, traboccante di inattesi colpi di scena, imbrigliata tra le spire del demone della gelosia, a metà tra lo splendore ineffabile del paradiso e le roventi fiamme dell’inferno, così si consumò anche la sua travagliata storia d’amore con il poeta Paul Verlaine, con il quale fuggì a Bruxelles.Rimbaud

 

Arthur Rimbaud si spense all’età di 37 anni, a causa di un tumore al ginocchio. Immenso è il pregio della sua eredità letteraria che mirabilmente unisce surrealismo, decadentismo e simbolismo.

“È ritrovata.
Che? – L’Eternità.
È il mare
alleato del sole.”

Clara Letizia Riccio

 

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