Non si può scrivere niente di buono su una strage come quella di Orlando, in Florida, che lo scorso 12 giugno ha causato la morte di 49 persone e ne ha ferite 53, mentre erano intente a divertirsi nel night club Pulse: è la più grande sparatoria di massa negli Stati Uniti e contemporaneamente l’attentato contro il mondo omosessuale con più vittime mai avvenuto.

Ciò basterebbe di per sé a rendere superfluo ogni commento e, ancor prima di provare a spiegare l’evento, bisognerebbe solidarizzare con chi ha subito quella violenza, provare empatia e condannare quindi l’omofobia. Richiamando una celebre riflessione di Karl Kraus, «chi ha qualcosa da dire si faccia avanti e taccia», dove il silenzio è se non altro un invito a non strumentalizzare i morti.

E voglia di polemiche, almeno nella comunità LGBTQ americana, ce n’è davvero poca. Come ha dichiarato German Lopez, giornalista dichiaratamente gay: «È Ramadan ed è il mese dell’orgoglio Lgbtq (Lgbtq Pride Month, ndr). Dovrebbe essere questo un periodo in cui rispettare e onorare la diversità che fa così grande l’America. A nessun attacco terroristico – specie se cerca di perpetuare l’odio – dovrebbe essere consentito di cambiare tutto questo. Non possiamo combattere l’odio con l’odio».

Eppure in questi giorni la lingua sembra essersi sciolta a politicanti e commentatori di ogni Paese, soprattutto da quando sono venuti fuori alcuni dettagli della vita dell’attentatore, che delineano un movente incerto e che lasciano spazio a più interpretazioni, almeno nel dibattito pubblico: Omar Mateen, trentenne americano e figlio di genitori afghani, era una guardia giurata e possedeva più armi, tra cui il fucile semiautomatico AR-15; nonostante in passato fosse stato sposato, era un assiduo frequentatore di locali gay, tra cui lo stesso Pulse, e ci sono varie testimonianze che confermerebbero che fosse egli stesso un omosessuale represso o bisex; infine, il padre ha più volte ribadito che il figlio non fosse religioso e che odiasse apertamente i gay, ma in varie telefonate al 911 durante l’attentato Mateen ha più volte giurato fedeltà allo Stato Islamico.

strage di Orlando
Il fucile semiautomatico Sig Sauer MCX (AR-15), il modello usato da Omar Mateen nella strage di Orlando e tra i più diffusi negli Usa.

La complessità del quadro ha generato tantissime polemiche, non sempre meritevoli di attenzione, in un momento in cui gli Stati Uniti sono in piena campagna elettorale in vista delle prossime presidenziali.

Gli argomenti intorno a cui ruota il dibattito sulla strage di Orlando sono almeno tre.

In primis, il commercio legale di armi, garantito dal II emendamento e problema oggi più che mai evidente: il fucile d’assalto usato dall’assalitore è lo stesso usato nella strage di San Bernardino lo scorso dicembre (con 14 morti), nella sparatoria in un cinema di Aurora nel 2012 (ancora 14 vittime) e lo stesso anno in una strage nella scuola elementare di Newton, in Connecticut (con 26 morti, di cui molti bambini). Oltre ad essere una delle armi da fuoco più diffuse, con quasi dieci milioni di modelli in circolazione, l’AR-15 è anche molto facile da ottenere: in una recente inchiesta dell’HP due reporter hanno impiegato esattamente 38 minuti per comprarne uno all’indomani della stessa strage, dovendo anche fare la fila per l’improvvisa impennata di vendite che segue ogni evento del genere. Sul tema si è scatenato il dibattito politico: Obama è da almeno 3 anni che tenta di porre maggiori restrizioni sulla vendita, ma la norma viene puntualmente respinta dai repubblicani, legati a doppio filo con la NRA, la potente lobby del settore. Ora come ora il clima sembra essere più pressante che mai.
Il secondo argomento di cui si sta parlando molto è volto a considerare la tragedia del Pulse come un attentato puramente di matrice islamica, enfatizzando le origini afghane dell’attentatore e le connessioni con il terrorismo jihadista. Si tratta della tesi preferita dai repubblicani e da Donald Trump, che ha confermato di voler espellere tutti i musulmani e che ha definito Obama un complice dell’Isis.

Un Paese apertamente omofobo.

Infine, last but non least, c’è il dato più sottovalutato di tutti e che rappresenta, qualunque sia il valore attribuito agli altri fattori, il principale movente della strage di Orlando: l’omofobia.
Quello che più stupisce delle reazioni nel mondo politico è che si soffermano solo su informazioni incerte sull’attentatore (un terrorista?, un musulmano?), mentre prendono appena in considerazione le vittime, che erano invece certamente omosessuali. Ne è derivato, a livello inconscio, che è stato completamente rimosso questo dato, con cui non è stato dunque possibile identificarsi e che non ha creato empatia: nemmeno un minuto di silenzio durante questi Europei per la strage di Orlando, non una bandiera a mezz’asta, nessuna marcia di solidarietà né slogan alla “Je suis Charlie”, tanto che si è palesato quanto fossero “scomode” politicamente queste 49 vittime per i repubblicani e per l’estrema destra.
Tutti si identificano se c’è un attentato in un caffè, in un ristorante, in un locale affollato per un concerto rock. Al contrario, ben pochi si sono identificati con chi quella sera era al Pulse, semplicemente perché si trattava di un locale gay, quindi da condannare o almeno da non sbandierare orgogliosamente. Il sottotesto a cui si pensa è “se la sono cercata” e non “potevo essere al loro posto”: una delle più gravi stragi nella storia degli USA riguarderebbe quindi una minoranza, che in quanto tale non è degna di nota è questo che sembrano dire le citate reazioni, nemmeno troppo velatamente. Trump nei suoi discorsi non ha dichiarato solidarietà al mondo LGBTQ, piuttosto ne ha barbaramente usato le vittime per propagandare altro odio contro un’altra minoranza, diffondendo altre armi che prima o poi causeranno altri morti.

strage di Orlando
Il contro-corteo vicino alla chiesa in cui si è celebrato il funerale di Christopher Andrew (ap)

Ne deriva, così, che al di là del semplice movente apertamente omofobo dell’assalitore, la strage di Orlando ha finito per mostrarci l’omofobia latente presente nella stessa società americana, che rappresenta un aperto attacco alla comunità gay proprio in un momento storico in cui cominciano ad ottenere successi importanti.

Qualche giorno fa, ai funerali di Christopher Andrew, una delle 49 vittime, i seguaci ultra-cristiani della Westboro Church del Kansas hanno manifestato prima della celebrazione per non far ammettere “dei peccatori” nella loro Chiesa. Allo stesso modo, il pastore Donnie Romero, della Stedfast Baptist Church, si è detto compiaciuto della strage e anzi dispiaciuto che il killer avesse fatto così poche vittime, con parole aberranti che hanno trovato anche il sostegno di altri suoi colleghi.

Anche al di là dei singoli episodi, gli Stati Uniti si dimostrano un paese apertamente contraddittorio: da una parte Patria di ogni diversità, dall’altra luogo in cui ancora oggi molte minoranze subiscono discriminazioni che vengono sancite dalla stessa legislazione. Proprio negli scorsi mesi e per tutto il 2015 si sono avute forti proteste in molti Stati federati contro leggi fortemente discriminatorie: in North Carolina, dove è stata approvata una norma che impone alle persone transessuali di usare i bagni relativi al loro sesso biologico e non al sesso identitario; nel caso del Religious Freedom Restoration Act, recepito in vari Stati, come in Indiana o in Georgia, che di fatto permette a lavoratori pubblici e privati di rifiutarsi di servire omosessuali per ragioni religiose.

Assicurare più diritti per gli omosessuali corrisponde, troppo spesso, a un odio maggiore da parte di chi non riesce ad accettare la diversità e si trincera dietro le sue deviate sicurezze, reagendo violentemente e arrivando finanche all’omicidio quando queste vacillano. In questo, Omar Mateen, americano nato e pasciuto negli Stati Uniti da genitori afghani, si è dimostrato fin troppo integrato. L’omofobia non è un tratto distintivo dell’Islam, ma è vivo e vegeto anche nella “civile” America.

Antonio Acernese

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