Il popolo inglese ha preso la sua decisione ed ora è la stessa UE a voler tagliare i ponti il più in fretta possibile. La linea del Parlamento europeo, convocato in sessione straordinaria dopo la Brexit, parla chiaro: nessun privilegio, nessuna negoziazione segreta, nessun temporeggiamento; che la Gran Bretagna si prenda la responsabilità dell’esito referendario, dando subito il via agli accordi per l’uscita.

Il Parlamento vuole una risoluzione bipartisan rapida e coerente, che annulli la presidenza britannica in Europa prevista per il 2017. Questo è uno dei punti del documento approvato con l’ampissima maggioranza di 395 voti contro 200 contrari e 71 astenuti e che mira ad attivare tutte le procedure per giungere prontamente all’exit del Regno Unito dall’UE, attraverso l’articolo 50 del trattato di Lisbona.
Alla plenaria post Brexit avvenuta il 28 giugno, tutt’altro che priva di scontri e polemiche, ha partecipato anche uno dei maggiori trionfatori della campagna per il “Leave“, il leader e fondatore dell’UK Independence Party (UKIP), Nigel Farage.

Finalmente, lo scorso 23 giugno è avvenuto quel divorzio dall’Europa «dominata dalla Germania» che Farage invocava accanitamente da decenni e per il quale aveva fondato il suo partito nel 1993.

Dopo aver diffuso incessantemente la propaganda indipendentista in ogni angolo dell’Inghilterra, è innegabile che sia suo gran parte del merito per il successo referendario, definito dal politico un risultato storico, «una grande vittoria della gente comune contro le banche» da ricordare come festa nazionale: l’Indipendence Day del Regno Unito.

Di fronte al clima ostile dell’europarlamento, il leader nazionalista ha contrattaccato senza esitazioni. «Ora non ridete più vero?», ha detto in aula rivolgendosi ai suoi avversari europeisti e ostentando un successo che dieci anni fa sembrava impossibile. Quello stesso partito di «matti, svitati e razzisti», a cui Cameron e la classe politica inglese avevano dato fino a qualche anno fa una considerazione marginale, è oggi fra i pochissimi a trovarsi sul carro dei vincitori e , per di più, su una questione di importanza internazionale. Farage non è riuscito a contenere la superbia e l’orgoglio in un Parlamento agitato da fischi e urla di disapprovazione da parte dei suoi (ex) colleghi, che protestano e si scandalizzano davanti alla decisione di non dimettersi dal suo incarico in Europa, almeno fin quando – a suo dire – la Brexit non si sarà completamente compiuta.

Ma la sua presenza a Strasburgo è incoerente e poco gradita a molti, soprattutto dopo il voto della discordia. Anche il presidente Jean Claude Juncker, solitamente attento alla discrezione e intento a calmare gli animi, non ha potuto trattenersi nel rimproverare Farage, dicendogli «È l’ultima volta che applaude in quest’aula» e aggiungendo «A dire il vero, devo dire di essere sorpreso di vederla qui, lei non era per la Brexit?». Ma Farage non rinuncia alla poltrona, e vi resterà saldamente attaccato almeno fino al giorno in cui il Regno Unito non avrà firmato tutte le carte del “divorzio” definitivo dall’Unione Europea.

Rosa Uliassi

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