Brexit: la Gran Bretagna in bilico tra “leave” e “remain”?

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Non è semplice continuare a parlare di Brexit, per diversi motivi: il primo e più importante è che la situazione post-referendum è ancora tutta in divenire, poiché sono tanti gli aspetti da sistemare, sia interni alla Gran Bretagna che in relazione ai rapporti della stessa con gli ex sodali dell’Unione Europea.

Siamo, dunque, nel bel mezzo del cosiddetto periodo di transizione, in cui si stanno studiano le vie più efficaci e indolori per l’attuazione del leave, che dovranno poi essere sottoposte e ridiscusse con gli organi UE a ciò deputati.
Senza contare che da giorni si assiste ad un proliferare di articoli e commenti su ciò che la Brexit può significare per il commercio, la politica e i vari ordini professionali. Approfondimenti interessanti e ben trattati, che tuttavia poggiano le loro basi su un giudizio fondamentalmente ipotetico, poiché la verità è che nessuno di noi comuni mortali sa con certezza cosa accadrà da qui ai prossimi mesi.

Tanto vale, quindi, concentrarci sulla fredda cronaca, riportando, passo dopo passo, le novità degli ultimi giorni, che a loro volta fanno parte di un percorso che promette di essere ancora molto lungo e sfaccettato.

Dall’ultima volta che ne abbiamo parlato, si ravvisa, nonostante le dichiarazioni politiche di facciata, un certo nervosismo tra le forze politiche in gioco, tant’è vero che durante una seduta straordinaria dal Parlamento europeo, svoltasi a Strasburgo il 28 giugno scorso, il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha invitato con malcelato fastidio Nigel Farage, eurodeputato leader dell’UKIP (United Kingdom Indipendent Party) ad uscire dall’aula, chiedendogli retoricamente «perché sei ancora qui?».

Ad ogni modo, a parte le schermaglie fra opposte fazioni, c’è da dire che il futuro dell’Unione Europea versa più che mai in stato di incertenza, reso ancora più complicato dai tempi lunghi necessari per completare il processo di uscita.
Il premier David Cameron, infatti, ha già annunciato che non è ancora possibile dare una una scadenza precisa neanche per l’inizio dei lavori, i quali, fra l’altro, potrebbero subire un ulteriore rallentamento proprio a causa delle sue dimissioni.

A proposito di rinunce, abbandona il proscenio – ma questa volta a sorpresa – anche il grande vincitore di questo referendum, il promotore Boris Johnson, che ha convocato una conferenza stampa per comunicare agli inglesi che non ha intenzione di candidarsi alla guida dei Tories, lasciando così di fatto campo libero a Theresa May, ministro dell’interno con pedigree di euroscettica.

Sul fronte degli sconfitti, invece, il popolo chiede a gran voce la testa di Jeremy Corbyn, leader laburista la cui colpa principale – a prescindere dalle qualità personali – risiede nel fatto di essersi trovato nel posto e nel momento sbagliato. Ad oggi, non sembrano esserci concrete possibilità che Corbyn si dimetta, ma l’aria si è fatta molto pesante, anche e soprattutto fra i suoi compagni del Labour.

Ultima ma non meno importante, la questione sulla presunta reversibilità del processo di uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, a dispetto dell’esito referendario.

Sul punto, è opportuno premettere che la natura consultiva del referendum sulla Brexit fa sì che il Parlamento britannico, dopo aver ascoltato il parere del popolo, possa comunque decidere di rimanere in Europa – ad esempio, se i due terzi del Parlamento chiedessero nuove elezioni e la maggioranza dei nuovi rappresentanti ricevesse il mandato sul remain; per non parlare dei noti malumori della Scozia, che tramite il Parlamento nazionale potrebbe arrogarsi un’opportunità di veto, ed esercitarla.

Di altamente probabile c’è solo che il governo di Her Majesty non sembra essere preparato ad una sollecita attuazione della Brexit, che adesso potrebbe essere perlomeno ritardata, a causa del rallentamento dei negoziati.

Secondo quella che potremmo chiamare la sensazione dell’uomo della strada, ignaro dei meccanismi operanti a certi livelli dell’amministrazione, sembra proprio che la politica britannica si stia rendendo conto solo adesso di avere a che fare con la classica patata bollente, da maneggiare con estrema cura, sia per questioni economiche – l’ultima cosa che i governanti vogliono è rendere più povero il popolo britannico –, che per ragioni di credibilità politica.

Carlo Rombolà

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