Lunedì 4 luglio sarà il giorno della direzione PD più accesa dell’epoca Renzi.

La sconfitta (o disfatta che sia) nelle amministrative del 19 giugno, che ha sancito la perdita di circa metà dei comuni in mani dem, ha avuto le sue note e prevedibili conseguenze sugli umori interni al partito, ad oggi più neri che mai, e sulle proposte sempre più radicali e meno concilianti della minoranza interna.

Sembrano rifarsi quindi strada nel partito quelle correnti di idee, uomini e ambizioni temute come la lebbra dal segretario-premier, che dal canto suo si prefigge di non cedere a soluzioni avventate che ne minerebbero il prestigio e il potere acquisito, e con l’aiuto dei suoi uomini fidati, in primis Lotti, tenta di ridisegnare un partito secondo nuovi stili, necessariamente non coincidenti con quanto prospettato dalla minoranza.
Cambiare sì, perché il risultato delle amministrative è chiaro, ma cambiare a modo proprio, forse seguendo la linea della rottamazione con più vigore.

Se per Renzi la vecchia classe dirigente rappresenta ancora un limite, è pur vero che essa al momento decide poco o nulla, unificata nelle sue varie correnti da un premier vincente che con il risultato delle europee aveva saputo spegnere ogni divergenza.
Oggi che però il PD non è più vincente, o quantomeno non lo è come due anni fa, tornano a farsi vivi progetti alternativi, differenti visioni del partito, e, ciò che è più importante, le nuove ambizioni trovano forma nelle parole di tre grandi esponenti della sinistra italiana degli ultimi decenni: Bersani, Prodi e D’Alema. Le loro dichiarazioni al veleno rilasciate nei giorni immediatamente successivi alle elezioni indirizzeranno quelle del 4 luglio, con ogni probabilità altrettanto vibranti.

La sensazione è che ai tempi delle europee i mugugni fossero forse solo l’espressione di capricci mai soddisfatti, mentre oggi il cambiamento prospettato dalla minoranza sia ben più radicale. Perché se la barca affonda, affondano tutti, maggioranza e minoranza insieme.
Tralasciando il dibattito intorno a Italicum e referendum, questioni strettamente legate e per le quali definizioni sarà fondamentale il contributo di altri partiti (M5S in primis) e dell’elettorato italiano, e tralasciando anche la brexit, che verrà comunque trattata ma non sarà il fulcro del dibattito, restano sul banco questioni totalmente interne al partito, riguardo alle quali la direzione potrebbe dire molto: la nuova politica che si presume il PD debba adottare per contrastare l’avanzata dei pentastellati, il ruolo di Orfini a Roma e, in ultimo, il sempre presente scontro sulla doppia carica.

QUALE POLITICA?

«Certo è un po’ buffo che il Pd vinca a Prati e Parioli e perda a Cinecittà e Pietralata» fa notare D’Alema al principio della sua lunga intervista per il Corriere della Sera.
E in effetti il dato che subito balza all’occhio riguardo alle elezioni romane è la débâcle del PD nelle periferie, dove si è votato convintamente Virginia Raggi ancora più che nel resto della capitale.
Sulla stessa linea si pone Bersani, che sempre al Corriere affida le sue perplessità riguardo al «disarmo di una sinistra da combattimento sui temi sociali», e propone una nuova narrazione, sia mediatica che sul territorio, di ciò che è il PD: «C’è un pezzo di Italia a cui sembriamo forti coi deboli e deboli coi forti, garruli sui voucher e muti sui banchieri che rovinano i risparmiatori […]».

I contestatori di Renzi dunque invocano una svolta nella politica del partito soprattutto per quanto riguarda la salvaguardia dei diritti degli strati meno agiati della popolazione, e più in generale avvisano che «il rinnovamento per il rinnovamento non è una risposta sufficiente», come sentenziato da Prodi su Repubblica.
Matteo Renzi, al momento, pensa più a un restyling strutturale, e meno ai contenuti. Arrivava da Il Giornale di Sallusti l’indiscrezione secondo la quale anche il PD, sulla falsa riga dei Cinque Stelle, avrà un proprio direttorio, ovvero un pool di uomini più in vista che rappresentino al contempo un rinnovato interesse per i territori. Sembra che questi nuovi rappresentanti delle politiche renziane potrebbero essere pescati nelle regioni, e pare siano stati già contattati Bonaccini (Emilia) e Rossi (Toscana). Di certo lasciare fuori i vari Bersani o Franceschini da soluzioni di questo tipo vorrebbe dire distaccarsi ulteriormente dal pensiero minoritario.

CAPITOLO ORFINI

Alle parole per certi versi clamorose del Ministro per la Pubblica Amministrazione Marianna Madia, che nei momenti immediatamente successivi alle elezioni aveva chiesto le dimissioni di Orfini, ha replicato il vicesegretario Lorenzo Guerini, che ha invitato la Madia a utilizzare toni diversi, ringraziando inoltre Orfini per gli sforzi finora profusi.
Le dichiarazioni del Ministro per la Pubblica Amministrazione sono sembrate il colpo di grazia per il commissario straordinario del PD romano e presidente del partito, poiché arrivate da ambienti molto vicini alla sfera delle decisioni.

A ben vedere, però, nonostante l’appoggio incondizionato sia della Madia che di Orfini al progetto di Matteo Renzi, essi rivelano in questo frangente l’appartenenza a due fronti interni del PD spesso in competizione: i giovani turchi dei quali fa parte appunto Orfini e l’area Franceschini, della quale comunque la Madia è membro meno convinto. C’è chi suppone che addirittura le dichiarazioni della Madia abbiano fatto comodo a Renzi, impegnato in questo momento di rivolta a mettere le correnti l’una contro l’altra sperando che non si coalizzino mai contro di lui.

D’Alema intanto ha manifestato la propria contrarietà alla permanenza di Orfini, rinnegando il proprio passato di capomastro: «Sono pronto all’autocritica: diciamo che l’ho allevato male…».
Gli insider del Partito Democratico sono comunque pronti a scommettere sulla sua testa, perché, soprattutto a Roma, Orfini non è per nulla gradito. E lui, dal canto suo, ha accusato i suoi detrattori di volere il ritorno del PD di Mafia Capitale. Dichiarazioni forti, di chi ha tutto da perdere.

LA DOPPIA CARICA

Il vecchio motivo di disaccordo legato alla doppia carica di segretario e premier detenute da Renzi tornerà sicuramente al centro del dibattito della direzione, così come lo era stato in quella precedente, e sicuramente il 4 luglio le richieste della minoranza saranno più nette che mai.

D’Alema ha parlato di una chiara strategia del premier volta a scaricare sul partito le colpe delle débâcles, rinfacciando a Renzi di non convocare mai la segreteria, preferendo riunirsi «con un gruppo di suoi amici». Le direzioni del PD, inoltre, a suo avviso sono una farsa in cui propinare solamente la versione maggioritaria degli eventi.
Staremo a vedere se sarà così anche lunedì.

Valerio Santori
(twitter: @santo_santori)

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Nasce a Roma il 9/5/1995 e tutt’oggi vive beatamente. Laurea in comunicazione presso l’Università La Sapienza di Roma. Ora Marketing. Fedele a Pasolini, Stanis La Rochelle e pochi altri.

Per contattarlo: valerio.santori@virgilio.it