PD, dietrofront sul commissario a Napoli

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Sembrava tutto pronto e annunciato per la rivoluzione che da tempo si attendeva nel PD di Napoli: l’ipotesi commissariamento sembrava concreta e definitiva, preannunciata dal Presidente del Consiglio e Segretario Nazionale Renzi, deciso a calcare la mano, a percorrere la via della linea dura dopo il fallimento delle Comunali e l’11% preso a Napoli (<<verrò col lanciafiamme>>, la frase già entrata nella storia).

Invece, dopo una Direzione Nazionale in cui si è dibattuto molto sul recente passato del PD, nel tentativo di illuminare meglio il cammino verso il futuro, si è compiuto il più classico dei dietrofront sul tema che prometteva di disarticolare definitivamente gli equilibri dirigenziali nel partito cittadino.

Non arriverà un commissario, ha corretto il tiro Renzi, bensì un tutor, un supervisore che avrà il compito di traghettare, più che di bacchettare. Il cambio di segno sembra essere stato dovuto a una molteplicità di fattori: innanzitutto, la dirigenza del PD a Napoli è ancora efficacemente pro Renzi, mentre quasi tutte le voci critiche alla scelta perdente della Valente e pro rifondazione provengono dalla sinistra PD. In secondo luogo, l’ipotesi di un congresso straordinario, sponsorizzata da più parti, sembra riscuotere più consensi della soluzione commissariale. Il “ritorno alla base” che comporterebbe una nuova e urgente assemblea dei tesserati, che riuscisse a prendere le redini del partito sarebbe il segnale più netto e confortante per chi è convinto della necessità di voltare pagina rispetto al recente passato dirigenziale. Infine, il passo indietro sul commissario potrebbe rispondere a una precisa strategia: Renzi stesso ieri ha ribadito che, al fianco di Valeria Valente, ci ha <<messo la faccia>> dopo le primarie, per cui ammettere la necessità di un commissario, che sconfessi anche la stessa Valente, dichiaratasi disponibile a diventare il capofila della ricostruzione, costituirebbe un segnale di implicita ammissione di colpa politica nell’averla appoggiata alle Comunali. Peraltro, Renzi afferma che in molti, quando il Presidente del Consiglio prima del primo turno aveva manifestato l’intenzione di recarsi a Napoli per appoggiarla pubblicamente, gli sconsigliavano questo atteggiamento, già sicuri che si sarebbe perso: questa considerazione rafforzerebbe la scelta della rinuncia al commissario, poiché, al contrario di quanto sostenuto da diverse voci interne al PD, il problema del partito sarebbe da considerarsi a questo punto strutturale, non legato alla figura della candidata perdente in sé né al gruppo dirigente attuale.

Archiviata dunque la questione del commissario, gli altri interventi hanno cercato piuttosto di individuare prospettive per il futuro. Chi, come Sarracino, sponsorizza l’idea del congresso straordinario, afferma che il maggiore problema di struttura del PD ha un solo nome: correnti. <<Non possiamo continuare a raccontare un Paese che non esiste. (…) Si era annunciata una relazione contro gli spifferi e le correnti, e invece ci troviamo di fronte all’esaltazione delle stesse. (…) L’unica strada possibile è un congresso straordinario (…) per cambiare le politiche del nostro partito e di questo governo>>.  Sulla stessa linea si è posizionato Giuliano Daniele, che avrebbe avuto un ruolo di primo piano nello sviare Renzi dal proposito bellicoso del commissariamento.

C’è invece chi, come il lucano Roberto Speranza, non accetta ancora l’alleanza consumatasi con Verdini, colpevole a suo dire di avere compromesso lo zoccolo duro elettorale, quello più convintamente di sinistra, da cui bisogna tornare a guardare per la rifondazione.

Vero mattatore però è stato il Presidente della Regione Campania De Luca, ultima espressione di un PD vincente ad alti livelli di governo (quantunque Renzi avverta che il PD ha vinto nella provincia di Napoli in 7 città su 8, dove l’ottava era Napoli): dopo un attacco serrato ai Cinquestelle vincenti a Roma (la Raggi, a suo dire, sembra una <<bambolina imbambolata>>, Di Maio viene citato come <<un contributo della Campania al disastro nazionale>>), l’ex sindaco di Salerno ha ricordato che una base e un esempio per ripartire c’è, ed è il 41% ottenuto alle europee del 2013. Quel dato <<non è una fiammata, ma l’orizzonte a cui puntare. Serve più sinistra, servono organismi dirigenti più ristretti. (…) Bisogna ripartire dal basso con uomini e donne che abbiano autonomia e capacità di radicamento (…) Bisogna riaprire i cantieri, mettere in movimento gli investimenti. E sulla sicurezza urbana dobbiamo fare dei passi in avanti. È un tema che interessa la povera gente, le aree in cui perdiamo consenso>>.

Finora, si è detto di chi alla direzione nazionale c’era. Chi non c’era, ovvero Antonio Bassolino, ha approfittato di altre sedi per lanciare un programma politico differente, ma comunque interno al PD: al cinema Filangieri di Napoli, tra 300 fedelissimi, ha disegnato un’alternativa per superare la leadership di un gruppo dirigente perdente e colpevole, secondo l’ex sindaco di Napoli, e nemmeno dimissionario all’indomani della catastrofe. Anche per Bassolino il commissario a Napoli non serve, ma lo dice con una punta di sarcasmo polemico: <<ai napoletani sia risparmiata l’offesa di commissariare una carica che non c’è>>. Nemmeno il congresso della sinistra PD sarebbe però una soluzione accettabile: <<non si può fare subito il congresso, sarebbe inaccettabile col tesseramento già avvenuto>>. Bisogna invece ripartire da <<gruppi dirigenti diversi da quelli attuali>>, da una leadership immediata e forte. Magari la sua, lascia intendere durante questa kermesse che sa tanto di opposizione interna già pronta a Renzi, <<consigliato male>> sulla linea da tenere a Napoli. Altro che commissario.

Ludovico Maremonti

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