La Francia parla chiaro «Non esiste assolutamente alcuna possibilità che si arrivi a un accordo entro la fine dell’amministrazione Obama. Penso che ormai lo sappiano tutti, anche quelli che sostengono il contrario». Con queste parole, Matthias Fekl, vice ministro francese per il Commercio estero, ha sciolto ogni dubbio riguardante le tempistiche delle negoziazioni sul TTIP, il trattato della discordia che sta facendo discutere la politica internazionale e infuriare parte dell’opinione pubblica.

A sei giorni dal via della 14esima manche di trattative, la speranza di chiudere l’accordo prima delle presidenziali americane di novembre è ormai spenta e le dichiarazioni del governo francese negano ogni possibilità di trovare un’intesa a breve termine. Troppi i nodi ancora da sciogliere e troppo pochi i punti di incontro tra i contraenti.

E per l’ormai famoso Transatlantic Trade and Investment Partership, che – ricordiamo – mira alla creazione del più grande spazio commerciale al mondo tra UE e USA, la strada della realizzazione si fa sempre più ripida e tortuosa. Non è facile fare pronostici sul suo futuro, ma “la finestra di opportunità” per chiudere le trattative rapidamente si sta riducendo giorno dopo giorno, tanto che l’eurodeputato Paolo de Castro vede un loro slittamento «almeno fino al 2020». I successori di Obama, infatti, non sembrano particolarmente interessati a fare pressioni sulla riuscita dell’intesa e lo stesso vale per i leader europei, che non hanno intenzione di farsi portavoce di una campagna per il sì verso un negoziato così poco popolare, soprattutto in vista delle elezioni dei prossimi due anni.

Inoltre, anche qui si fa sentire l’effetto Brexit, perché, dopo il divorzio dall’Unione Europea, viene meno una delle protagoniste più influenti dell’accordo: senza la Gran Bretagna, principale promotrice del TTIP nel Vecchio Continente, il testimone rimane nelle mani di Francia e Germania, molto più critiche e restie nell’accettare passivamente le condizioni imposte dagli Stati Uniti.

I francesi sembrano determinati a non voler in nessun caso superare quelle linee rosse sulla tutela del consumatore e dell’economia europea, verso cui la Commissione UE sembra essere stata finora troppo poco intransigente. Infatti, la maggiore trasparenza, raggiunta dopo tre anni di assoluta segretezza, non ha fermato le polemiche e le preoccupazioni per i rischi che quest’accordo rivoluzionario comporterebbe. Il governo d’oltralpe si dichiara pronto a vigilare senza alcun compromesso perché, come già aveva dichiarato il presidente Francois Hollande in seguito alla pubblicazione dei leaks di Greenpeace a maggio, «Non siamo per un libero scambio senza regole. Mai accetteremo la messa in discussione dei principi essenziali per la nostra agricoltura, la nostra cultura, per la reciprocità all’accesso dei mercati pubblici».

Oltre alle complicazioni nelle trattative, ci sarebbe anche un’altra ombra a minare la vita del TTIP.

Il premier Manuel Valls, oltre a parlare dell’accordo di libero scambio come un pericolo per l’economia francese ed europea, lo definisce un possibile «terreno fertile per il populismo». Fin dalle prime trattative, infatti, il TTIP non ha mai smesso di scatenare polemiche e perplessità da parte dell’opinione pubblica e delle associazioni dei consumatori, per le possibili conseguenze sui cittadini e per i privilegi che ne risulterebbero a favore delle multinazionali. Così, un’ipotetica intesa a breve termine, soprattutto a queste condizioni così sbilanciate verso il volere statunitense, potrebbe indebolire ulteriormente i partiti europeisti tradizionali e rafforzare i movimenti populisti, già fortemente presenti nell’attuale panorama geopolitico europeo.

Non è dello stesso allarmismo Carlo Calenda, ministro dello sviluppo economico italiano. Nonostante il timore espresso per lo slittamento della chiusura delle trattative, si dichiara contrario all’eccessiva opposizione: «Non capisco come sia possibile chiedere di fermare le trattative con gli Stati Uniti, il primo partner economico dell’Unione europea, quello che ha gli standard di sicurezza più alti».

È lecito supporre che le continue pressioni dell’opinione pubblica e la sempre più intensa attenzione dei media internazionali sulla questione abbiano sortito l’effetto da loro sperato. Inoltre, senza l’assenso della Francia i negoziati si trovano ora in un vicolo cieco. Dunque, almeno per il momento, au revoir, TTIP.

Rosa Uliassi

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