L’estate è arrivata anche a Madrid e ha portato con sé fiumi di birra ghiacciata, infinite code alle piscine pubbliche, clima artico nei vagoni della metro e l’invito a bere ettolitri di acqua durante il giorno (sì, anche qui arrivano i consigli di Studio Aperto).

Il mese di giugno però non scandisce solo l’arrivo della bella stagione nella capitale spagnola, ma è anche il mese in cui si concentra la culminante attesa di una manifestazione tanto sentita quanto chiacchierata: la settimana dell’orgoglio omossessuale. A partire dal 28 giugno i quartieri della città si vestono dei colori dell’arcobaleno e si preparano a vivere una settimana di eventi culturali, manifestazioni e spettacoli di vario genere, in una cornice multiculturale, poliglotta, a tratti bizzarra e un poco trash, il tutto con lo scopo di sensibilizzare la popolazione all’inclusività e al rispetto della diversità, con un occhio di riguardo verso le rivendicazioni LGBTQIA. La settimana dell’orgoglio omossessuale, come tutti i gay pride che si svolgono nel mondo, si ispira a un evento considerato simbolicamente come il primo moto di rivolta e di affermazione dell’identità gay: trattasi degli scontri avvenuti la notte del 28 Giugno 1969 in un noto locale gay di New York, lo Stonewall, tra la polizia e gli avventori del locale. Questi ultimi, stanchi delle continue retate discriminatorie e del clima di odio che li circondava in quanto omossessuali, si ribellano e marciano per la strada dando vita al primo gay pride della storia. Considerando che solo dal 1990 l’omosessualità cessa di essere considerata una patologia riportata all’interno del manuale diagnostico dei disturbi psichici (DSM) e che in alcuni paesi ancora oggi costituisce nel migliore dei casi un atto eticamente discutibile e nel peggiore un reato punibile con la pena di morte, risulta evidente che la strada da percorrere nell’ambito del diritto e dell’accettazione sociale è ancora lunga e tortuosa.

A questo proposito la Spagna ha molto da insegnare. Il matrimonio tra persone dello stesso sesso è stato legalizzato nel 2005 sotto il governo socialista di Zapatero, che modificando l’art. 44 del codice civile spagnolo, ha conferito alle unioni gay lo stesso status di quelle eterosessuali, con tutti i diritti che ne conseguono: eredità, reversibilità della pensione e adozione dei bambini.

Il provvedimento di Zapatero trovò grande appoggio popolare e per questo motivo oggi non ci stupisce constatare che per la maggioranza del popolo l’omosessualità non rappresenti più un problema da debellare, bensì una realtà con la quale è possibile convivere. La settimana dell’Orgullo ne è la conferma definitiva. L’appoggio del sindaco Manuela Carmena è totale, basti pensare al fatto che l’evento è stato patrocinato ufficialmente dal Comune, e che per l’occasione è stato creato e applicato uno statuto speciale che ha garantito, secondo i comitati organizzativi della manifestazione, la sua perfetta riuscita.

Certo, è innegabile che quella che è la manifestazione gay più grande d’Europa abbia subito negli anni una forte commercializzazione, perdendo parte del suo valore di rivendicazione e lotta politica, e trasformandosi in una grande festa folkloristica. La comunità di Madrid è ben consapevole della fonte di guadagno rappresentata dalla festa dell’Orgullo, che porta in città più di trecentomila turisti ed introiti per 140 milioni di euro; tuttavia tale consapevolezza non svuota di significato questa manifestazione, né ne cancella le enormi potenzialità.

La festa dell’Orgullo ha coinvolto più di un milione e mezzo di persone nella marcia finale tenutasi sabato 2 luglio; il corteo, composto da più di 29 carri, ha iniziato il suo percorso intorno alle 19:00 dalla stazione dei treni di Atocha, per terminare ben 4 ore dopo in plaza Colon. La folla dell’Orgullo, oltre che variopinta, si è presentata molto variegata, sia per quanto riguarda l’età (0-99) sia per quanto riguarda il credo politico (erano presenti i carri di diverse formazioni politiche come Podemos, Ciudadanos, Izquierda Unida etc.) e l’orientamento sessuale. Il clima di festa e spensieratezza emerge dai volti di tante persone che sfilano e ballano l’una a fianco dell’altra, all’ insegna del rispetto per la diversità. Conclusasi la marcia attraverso la città, la festa dell’Orgullo non si placa, e si riversa nel quartiere di Chueca, il barrio gay friendly per eccellenza di Madrid,  e nelle sue piazze, dove si improvvisano pic-nic, canti e balli di gruppo, il tutto condito da litri di sangria, birra e alcolici vari.

La mattina seguente Madrid si sveglia già ripulita dai residui della festa, e i “sopravvissuti” alla notte di sabato chiudono in bellezza la settimana dell’Orgullo dirigendosi in Plaza del Rey, dove si tiene la cerimonia di chiusura dell’evento. Da lunedì le bandiere arcobaleno verranno ripiegate e riposte nel cassetto, in attesa di essere sfoggiate nuovamente il prossimo anno, se possibile con ancora maggior orgoglio, dato che Madrid è stata scelta come sede mondiale del gay pride del 2017.

Se Madrid può davvero insegnarci qualcosa è che lorgoglio di un Paese si identifica con l’orgoglio di ogni individuo a poter manifestare senza paure ciò che è, e per questo l’Orgullo 2016 non è solo una festa che celebra l’omossesualità, ma la diversità in generale, contro ogni forma di odio, discriminazione e pregiudizio.

Sara Bortolati

VIAMadrid Orgullo (per informazioni)
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Sara Bortolati, classe 1991, diplomata presso il Liceo socio-psico-pedagogico D.G. Fogazzaro di Vicenza e laureata in Filosofia (vittima del 3+2) presso l’Università degli studi di Padova. Attualmente frequento l’ultimo anno di magistrale con la speranza di potermi laureare con una tesi sulla questione di genere, concentrandomi in particolare sull’opera di Butler e Foucault. Amante della fotografia, con un debole per quella analogica su rullini scaduti, onnivora di film, meglio se concettualmente disturbanti o d’essai, devota all’arte contemporanea, alla causa femminista, alla poesia e al caffè. Il tutto condito da una montagna di contraddizioni, sigarette, sogni nel cassetto, fumetti e la voglia, se non di cambiare il mondo, per lo meno di confrontarsi sempre attivamente con esso. Non credo in Dio, non faccio parte di nessuna associazione politica e marcio fiera tra le schiere di coloro che hanno fede nel fatto che cultura e istruzione un giorno possano cambiare il mondo. Allergica alla polvere, al polline e alle menti chiuse e retrograde.

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