This is it. Il giorno che abbiamo sempre temuto, è purtroppo arrivato. Tim Duncan ha deciso di lasciare la pallacanestro. E lo fa nel modo che lo ha contraddistinto per tutti questi meravigliosi 19 anni di carriera, in silenzio, lasciando che sia il comunicato dei San Antonio Spurs pubblicato sul sito della NBA a dire quel che si può sintetizzare in una sola parola: grazie. Per domani alle 20 italiane è in programma una conferenza stampa di Popovich. Non sappiamo quando (e se) Tim deciderà di parlare. Del resto, in questi anni non lo ha praticamente mai fatto. Ha sempre lasciato che fossero le mani a parlare per lui.

DYNASTY BEGINS – Se oggi i San Antonio Spurs rappresentano una franchigia alla quale tutti strizzano l’occhio e che tutti ammirano, è per tante ragioni uniche. Sì, uniche. La cosiddetta ‘Spurs culture’ è un modello non replicabile altrove. Da nessun’altra parte infatti sarebbe possibile ritrovare quella serie di allineamenti planetari necessari per ricrearla. Già, perché, alla base della dynasty di questi Spurs, c’è un’importante dose di fortuna/fato – chiamatelo come meglio ritenete opportuno – senza cui non sarebbe nulla di tutto questo sarebbe accaduto. Prendiamo la nostra DeLorean e facciamo un salto indietro nel passato. Nel 1996-97, San Antonio non pensava, neanche lontanamente, di draftare Tim Duncan. Non perché non lo ritenesse forte, bensì perché una squadra che aveva tra le fila David Robinson e Sean Elliott non poteva che disputare una buona stagione e, dunque, non avere possibilità per accaparrarsi la prima scelta al draft. Solo gli infortuni di entrambi hanno fatto sì che gli Spurs concludessero la stagione con il terzo peggior record della Lega. Nonostante questo, le possibilità di draftare il lungo di Wake Forest erano scarse, poiché i Celtics con due scelte avevano il 36% di probabilità di aggiudicarsi la prima chiamata, contro il 21.6% di San Antonio. Lo stesso Duncan, anni dopo, rivelerà che era convinto che avrebbe trascorso la sua carriera a Boston. La n.1 agli Spurs sorprende tutti, Gregg Popovich compreso, da poco era divenuto head coach, che neanche stava assistendo in prima persona al sorteggio, perché pensava di non avere chance.

GREATNESS – Dalla chiamata di David Stern in poi, sappiamo com’è andata la carriera del ragazzone caraibico, oggi ritenuto dai più la migliore ala grande di sempre. Oltre ai titoli e ai riconoscimenti personali, ciò che risalta maggiormente all’occhio è che dal suo arrivo in Texas, San Antonio è la squadra con la più alta percentuale di vittorie nei maggiori quattro sport americani (.710) ed ha sempre disputato i playoff (19 volte). Incredibile, se pensiamo a quanto il sistema americano sia basato sull’equilibrio e che, prima o poi, a tutti tocchino dei down spaventosi, come ad esempio sta accadendo recentemente a Boston e Lakers. Unico giocatore assieme a Kareem-Abdul Jabbar e Robert Parish ad aver superato le mille vittorie in regular season (1001), assieme a Manu Ginobili e Tony Parker ha formato il più grande trio della storia della lega per titoli (4) e partite vinte (575 in regular season e 126 ai playoff). Ma, naturalmente, se vogliamo ammirare i numeri, non possiamo che partire dai cinque gonfaloni appesi all’AT&T Center. L’ultimo, arrivato nel 2014 a sette anni di distanza da quello contro Cleveland, probabilmente il più speciale di tutti.

LE REAZIONI – Da quando è stato emesso il comunicato stampa, tutto il mondo del basket americano, e non solo, ha voluto rendere omaggio a questo campione impeccabile, aspetto sottolineato anche dal commissioner Silver.

E, a questo punto, non resta altro da fare che riallacciarci ai saluti di questi grandi campioni e dire: #ThankYouTD.

Michele Di Mauro

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