BlackLivesMatter è un fenomeno sbagliato dal principio.

Per quanto l’affermazione possa far inorridire i benpensanti, bisogna abbandonare le convinzioni degli europei che generalmente non hanno presente la complessa galassia etnica e culturale degli Stati Uniti d’America.

Gli States, infatti, non sono appiattiti al Melting Pot della Manhattan immortalata dai film o celebrata dai media liberal: la stessa New York ha infatti al suo interno il ghetto nero di Harlem, il ghetto ispanico del Bronx, la maggioranza ebraica di Brooklyn, gli asiatici del Queens, la grande maggioranza di bianchi “caucasici” a Staten Island (i dati provengono dal Census statunitense).
Se già tra le varie zone di una metropoli è presente, e storicamente, una divisione del “territorio” per etnie (basti pensare alla vecchia Little Italy, che al giorno d’oggi è in gran parte una Chinatown), a maggior ragione è lecito aspettarsi che ciò avvenga anche e soprattutto nei grandi spazi del Texas, delle Midlands, della Louisiana, del Sud che fu Confederato.

Gli States non sono appiattiti al Melting Pot della Manhattan dei media liberal

Divisioni territoriali ed etniche comunemente accettate, una società ufficialmente divisa in razze: ancora una volta la conferma arriva dallo United States Census Bureau, che classifica la popolazione in White (i “caucasici”), Black or African American, American Indian and Alaska Native, Asian, Native Hawaiian and Other Pacific Islander, Some other race, Two or more races; gli “ispanici” possono figurare come sottorazze dei White o dei Black.
Appurato che già il sistema statunitense rigetti la teoria del “c’è una sola razza, quella umana”, si può passare ad una nuova domanda: esiste negli Stati Uniti d’America un conflitto razziale?

La risposta è tanto semplice quanto intuitiva: sì. Delle lotte precedenti e successive la svolta abolizionista di Abraham Lincoln circa i diritti degli ex schiavi negri, fino a figure come Marthin Luther King Jr e Malcolm X e Barack Hussein Obama la cultura di massa è pregna (e qualora non lo fosse, sarebbe forse il caso di mettersi in pari).
Già sfugge l’odio verso gli asiatici, risalente alla Seconda Guerra Mondiale con gli scontri sul Pacifico contro il Giappone, poi la Guerra di Corea nel 1950-1953, la famigerata Guerra del Vietnam e ravvivato dalle periodiche tensioni con Cina e Corea del Nord: rappresentativo della diffidenza e della conflittualità può essere il film Gran Torino di Clint Eastwood.
I latinos, inoltre, sono uno dei nemici storici degli States dal tempo della conquista del West: in Texas e California si sono combattuti gli ispanici bianchi e i messicani, ed il Muro di Tijuana/San Diego è lì a ricordarlo, mentre sulla costa atlantica sono cubani e portoricani ad attirare le tensioni di Miami.
Occorre tuttavia non dimenticare che, spesso, sono proprio le razze meno avvantaggiate e più esposte alle difficoltà ad entrare in conflitto, in una sorta di guerra tra poveri: ed è necessario ricordare che in guerra tutto è lecito per sopravvivere e per sopraffare il nemico.

Le razze meno avvantaggiate e più esposte alla difficoltà entrano in conflitto in una guerra tra poveri

Ricostruito, perlomeno in somme linee, il contesto di perenne tensione razziale che fa da sottofondo alla vita statunitense, si può parlare meglio di BlackLivesMatter.

alternative blacklivesmatter
Il principio di base: è dannoso farne una questione di razza, è utile farne una questione di umani nel complesso.

Innanzitutto, il nome stesso BlackLivesMatter è forte. Tradotto suona come “Le vite negre contano”.
Certo, ma contano in quanto vite, senza aggettivi, senza attribuzioni.
BlackLivesMatter, ma anche WhiteLivesMatter, e anche AsianLivesMatter, e anche LatinoLivesMatter, e anche NativeLivesMatter. Più semplicemente, LivesMatter, “le vite contano”. E basta.

Perché è questo l’errore primo di BlackLivesMatter, quello di essersi settorializzata, di essersi resa rivendicazione di una razza contro un sistema, di voler conquistare una condizione migliore rispetto a quella di altre razze minoritarie ed altrettanto vessate.
L’errore di non coinvolgere l’altro, il proprio affine, perché si stia meglio tutti: è la frammentazione della società, è l’individualizzazione, è ciò che ha indebolito classi sociali e gruppi incapaci di vedere oltre il proprio orticello.

L’errore primo di BlackLivesMatter è la settorializzazione della protesta

Quando l’ex soldato e reduce – categoria della quale fanno parte bianchi, negri, asiatici ed ispanici – spara sulla polizia – categoria della quale fanno parte bianchi, negri, asiatici ed ispanici – e si spinge oltre nel pianificare attentati, non promuove né la propria categoria né la propria razza: getta solo benzina sulle braci mai spente. Se “BlackLivesMatter”, allora contano anche le vite del capo della polizia di Dallas (negro) e degli agenti di polizia (negri), oltre che dei manifestanti (negri) che scendono in corteo.

Barack Obama Dallas blacklivesmatter
Un contrito Barack Obama al funerale dei cinque poliziotti uccisi a Dallas, 12 luglio 2016 (foto AP Photo/Susan Walsh)

Ha ragione Donald Trump quando dice che gli States sono una «nazione divisa», così come ha pienamente ragione Barack Obama quando a Dallas riconosce che gli agenti sono stati uccisi «dall’odio razziale». Ed è questo che chi aderisce a BlackLivesMatter deve capire: non è con l’odio verso le altre razze che si risolveranno le discriminazioni, ma si otterrà piuttosto ulteriore odio che sfocerà in violenza che innescherà ancora odio e così via, in una spirale degenerativa e soprattutto distruttiva.

Odio e violenza porteranno solo odio e violenza, senza far cessare le discriminazioni

Non sarà la narrazione buonista ed approssimativa dei media di Manhattan a migliorare la situazione raccontando, nella più consueta delle “old lies”, che la nazione è unita e che il sistema è giusto, così come non aiuterà lamentarsi, come lo scorso inverno, che nessun afroamericano era nominato per gli Oscar, come se si dovesse guardare alla profilazione razziale del pur eccellente Denzel Washington, che “vanta” un “negro” sulla propria scheda, o sulla descrizione “Asian” per una brava Lucy Liu: semplicemente non sono stati più bravi di altri, e in un premio alla qualità questa dovrebbe essere l’unico vero criterio di valutazione.

Cos’è BlackLivesMatter, se non un’altra faccia della nazione che vanta la più numerosa ed influente comunità neonazista? Cos’è BlackLivesMatter, se non un’altra faccia della nazione del sito razzista Stormfront (e delle sue versioni per razze diverse da quelle caucasiche, e dove a sua volta si costituiscono gruppi su base etnica)? Può non essere etichettato a sua volta come razzista un movimento che si disinteressa delle discriminazioni subite per esempio dai musulmani, tra i quali non sono pochi i negri?

Sarebbe difficilmente sostenibile la tesi della “discriminazione positiva”, che pure è un istituto costituzionale in Italia: l’interesse di BlackLivesMatter, come già detto, è conquistare una posizione di privilegio per una sola razza, e non una condizione di parità per tutte le razze presenti negli Stati Uniti.

Che poi, a voler essere sinceri, è lo stesso motivo per il quale i sindacati di categoria italiani sono costantemente ridicolizzati, mentre i sindacati confederali francesi appaiono più forti. Come negli States si dice dal 1768, «United we stand, divided we fall».

Simone Moricca

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