Le immagini della strage di Nizza sono scivolate dinanzi a sguardi attoniti e inorriditi, che al riparo dalla tragedia s’indignano, s’addolorano, s’incupiscono, pregano sperano accusano affinché il male cessi.

I media internazionali, accomunati dalla volontà di informare tutti della violenza in corso, hanno pubblicato immagini, video, aggiornamenti stringati, interviste, contributi audio – tutto il necessario perché l’umanità intera sappia e viva la tragedia nell’istante stesso in cui essa va in scena.
Quando il sipario cala, però, l’indignazione si affievolisce, il dolore rallenta la sua marcia, la cupezza si rintana pian piano in un angolo e ad avanzare è l’indifferenza. Quell’indifferenza propria di una società che fissa immagini di reale morte e quasi le confonde con scene tratte da un film troppo cruento, di una società bombardata giorno dopo giorno da notizie di catastrofi accadute o imminenti. Una società, a ben vedere, abituata a tutto e abituata a niente, pronta a incassare e andare avanti.

La barbarie viene mostrata come un’eco insopportabile e pressante, ma il cui destino è quello di smarrirsi nel vuoto.

La sovraesposizione a immagini e notizie di stragi ci ha resi, nel corso del tempo, più apatici che empatici, insegnandoci a percepire tutto come normale, quotidiano, un qualcosa che può accadere. Tutti siamo stati Charlie, tutti siamo stati sinceramente affranti e infuriati, ma lo siamo stati per un lasso di tempo irrisorio, poi è subentrata “la vita che va avanti”. E siamo in effetti andati avanti, sino a quando una nuova barbarie ci ha scosso dal torpore e ci ha ricordato nel peggior modo possibile che sì, una guerra in effetti è in corso, e sì, continua a esserlo anche se c’è “la vita che va avanti”, anche se non siamo più Charlie e l’immagine del nostro profilo social ha messo via il lutto. La guerra c’è, nonostante i mezzi di informazione propongano “fotostorie” per ricordarlo.

E una società indifferente, abituata, è una società indifesa, perché dimentica in fretta.

E dimenticare è la colpa più grande, quella che ci tramuta in schiavi di un sistema che agisce e decide nella roccaforte della nostra ignoranza, della nostra indifferenza, della nostra apatia, tutte nutrite da una subdola azione di “abitudine alla barbarie”: più siamo sovraesposti, più il concetto secondo cui è normale che il mondo sia ostaggio di guerre e morte penetra cute, muscoli, ossa, divenendo parte di noi.

A quel punto, quando ne siamo ormai assuefatti, la nostra azione di ribellione alla disumanizzazione dell’essere umano è tutta proiettata su un piano virtuale, lo stesso che ci permette di essere a conoscenza di tutto ciò che accade nel mondo. Quello stesso computer dove abbiamo appreso delle morti di Nizza e del colpo di Stato in Turchia diviene lo strumento attraverso cui filtrare la nostra labile rabbia: un commento pubblico su un social network e la coscienza può dirsi quieta – ci siamo ribellati.
In fondo, è questo che produce la sovraesposizione a immagini, la necessità quasi maniacale di sottoporre al pubblico i dettagli più delicati e forti: una paradossale indifferenza figlia di una generazione avvezza a vedere e sentire tutto al punto tale da abituarsi a questo tutto ed etichettarlo come normale, sfocato, a tratti inesistente. E una massa di persone assuefatte è quanto di più auspicabile possa esserci affinché la disumanizzazione prosegua il suo lungo viaggio e curi gli interessi di pochi tra troppi.

Rosa Ciglio

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Rosa Ciglio, classe ’90. Allergica ai dogmi, al buonismo e alla ferocia della superficialità, scrive perché convinta che informazione, riflessione e confronto siano tra le fondamenta di una società. Per Libero Pensiero si occupa principalmente di diritti e geopolitica.

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