Turchia: stato di emergenza a tutela della democrazia?

0
239
turchia

Qualora la Turchia si trovi a fronteggiare «atti diffusi di violenza» tesi alla distruzione «dell’ordine democratico» o «dei diritti e delle libertà fondamentali», l’articolo 120 della Costituzione turca consente di dichiarare lo stato di emergenza per un periodo non superiore ai sei mesi.

Il parlamento turco, stabilendo la sussistenza di tali pericoli per la nazione, ha dichiarato lo stato di emergenza su tutto il territorio per la durata di tre mesi. Il presidente ha affermato che lo scopo della misura «è quello di intraprendere i passi necessari per eliminare tutte le minacce alla democrazia, allo stato di diritto, ai diritti e alla libertà dei cittadini […] in maniera efficace e veloce».
Nonostante i buoni propositi espressi da Erdoğan in conferenza stampa, le azioni ai danni di civili, funzionari ministeriali, giudici, forze dell’ordine, accademici e giornalisti negano la possibilità che alla base della decisione vi sia la volontà di garantire la reale sopravvivenza di uno stato che garantisca ai cittadini piena libertà e sicurezza.

Amnesty International ha immediatamente denunciato la preoccupazione che lo stato di emergenza in Turchia si evolva in un pretesto per consentire al governo di limitare ulteriormente la libertà di espressione e la protezione contro la detenzione arbitraria e la tortura. Preoccupazione acuita dalla sospensione, resa nota dal vice primo ministro, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo – a tale proposito, nel contributo di Amnesty, viene evidenziato che «ci sono alcuni diritti, come il diritto a un equo processo e il divieto di tortura e discriminazione, che non possono essere sospesi o limitati», tuttavia i diritti in questione appaiono già messi al bando.

Erdoğan, in contraddizione al continuo ricorso a parole come “democrazia”, “libertà” e “tutela”, sta conducendo una battaglia contro i traditori che lava via il sangue col sangue, punendo la violenza con altrettanta violenza.

A destare sconcerto e malcontento nei vicini europei, oltre al possibile ricorso alla pena di morte, è anche il colpo sferrato all’indipendenza dei giudici e, di conseguenza, alla garanzia che i criteri di equità e giustizia vengano rispettati.
Con riguardo all’Italia, il CSM ha sospeso i rapporti di cooperazione con il Consiglio superiore dei giudici e dei pubblici ministeri della Turchia, decisione irremovibile finché «non sarà fatta chiarezza sul ruolo di tale Consiglio nelle determinazioni che hanno portato all’arresto o alla destituzione di oltre duemila magistrati» poiché, dichiarano il primo presidente Canzio e il procuratore generale della Corte di Cassazione Ciccolo, «non vi è libertà e legalità in quel Paese dove i giudici non sono liberi».
Tali ammonimenti, che si uniscono a quelli esternati da altri Paesi occidentali, continuano a non sortire effetto alcuno: la Turchia si tramuta sempre più in un regime che non ammette pluralità.

Erdoğan, anziché mostrarsi conciliante o disponibile al dialogo, prosegue ad accusare tutti coloro che ne criticano l’operato.
Alla Francia, che nella figura di Ayrault ha evidenziato come la Turchia stia abusando delle misure straordinarie messe in atto a seguito del golpe, il presidente turco ha contestato l’intromissione, affermando che il governo francese non può giudicare le scelte altrui.
Proseguono anche le tensioni con gli Stati Uniti, a seguito della richiesta di estradizione di Gülen, ritenuto responsabile del colpo di Stato e nemico del governo democraticamente eletto in Turchia. Gli USA avrebbero ricevuto quattro dossier a sostegno della tesi che identifica in Gülen l’artefice del tradimento, documentazione corredata dall’avvertimento di Ankara che, qualora la richiesta dovesse cadere nel vuoto, l’alleato NATO avrebbe commesso un grave errore. Ciò nonostante, la Turchia ha tenuto a precisare che i rapporti con gli Stati Uniti non sono comunque messi in discussione dalla vicenda.

Sul fronte interno, la nazione sta attraversando una rapida devoluzione ai danni della tutela delle minoranze, della libertà di culto e del diritto a vivere in uno stato laico.

Sono stati registrati episodi di aggressioni a ragazze dall’abbigliamento definibile “laico”, minacce di morte a Gülen e ai suoi sostenitori, ritorsioni nei riguardi di coloro che si sospettano nemici o contestatori della Turchia di Erdoğan.
Il colpo di Stato, che avrebbe dovuto rovesciare il governo di un presidente che non ha mai disprezzato la censura e la violenza, ha prodotto un effetto paradossale: quella censura e quella violenza sono state legittimate dalla necessità di garantire la sicurezza e il rispetto della “democrazia” – quest’ultima sembra essere intesa come semplice permanenza al potere di un politico che risulta eletto dalla maggioranza dei cittadini.

Le misure di emergenza, sottolinea l’analista di Amnesty International Andrew Gardner, non dovrebbero essere tese a gettare via diritti e libertà conquistati con fatica e, soprattutto, lo stato straordinario «non deve diventare permanente». Nonostante l’auspicio, è difficile credere che Erdoğan ripristini un reale stato di diritto prima di aver allontanato, condannato e punito tutti coloro che riterrà nemici della propria permanenza al potere.

Rosa Ciglio

CONDIVIDI
Articolo precedente‘Birra & Festa’ a Bacoli dal 20 al 24 luglio
Articolo successivoVico Equense: torna il Social World Film Festival
Rosa Ciglio, classe ’90. Allergica ai dogmi, al buonismo e alla ferocia della superficialità, scrive perché convinta che informazione, riflessione e confronto siano tra le fondamenta di una società. Per Libero Pensiero si occupa principalmente di diritti e geopolitica.

NESSUN COMMENTO