Appendino-Raggi: la torinese per ora ha una marcia in più

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Virginia Raggi e Chiara Appendino
Virginia Raggi e Chiara Appendino

Chiara Appendino e Virginia Raggi, un destino per certi versi comune ma che in questo primo mese di amministrazione sembra essersi districato in trame diverse: pragmatica la Appendino, che macina delibere e nomine, più lenta la Raggi, che ha dovuto faticare non poco per formare la sua giunta.

Giovedì 21 luglio le linee programmatiche del nuovo e pentastellato Comune di Roma sono state finalmente approvate, ed ora si attende la loro attuazione.
L’esecutivo romano guidato da Virginia Raggi dà il via così, a più di un mese dalla vittoria alle urne, alla propria terapia politica.

Un ritardo generato dall’emergere di correnti interne al Movimento, che si sono contese i prelibati assessorati di Roma e altre nomine interne all’esecutivo. La giunta è stata presentata ufficialmente solo il 7 luglio, e da allora il Capo di Gabinetto Daniela Morgante ha fatto un passo indietro, lasciando vacante la sua carica. Insomma un esecutivo costituitosi in ritardo, e per di più a lungo incompleto.

Sono andate diversamente le cose a Torino, dove la neosindaca Chiara Appendino ha lavorato fin da subito e spesso a fari spenti, senza destare molte attenzioni da parte del sistema mediatico. Quando si sentì dire che i sostenitori del primo Renzi se ne avessero avuta la possibilità avrebbero votato Appendino, non si incappava in uno sproloquio. Perché, almeno a livello comunicativo, la Appendino è diretta espressione di quella spinta al “fare” che proprio il premier si era auto-attribuito nei primi mesi di mandato.
La giovane 32enne sindaca di Torino sta impressionando per rapidità di azione, soprattutto se il suo operato viene paragonato a quello ancora involuto della Raggi.

Fra le cause di tali differenti approcci all’amministrazione, al di là delle correnti che hanno ostacolato la composizione della giunta romana, bisogna però ricordare le situazioni di Roma e Torino precedenti ai nuovi insediamenti, situazioni in nulla simili. Mentre la Appendino ha potuto operare sulla base di procedimenti consolidati dalla giunta Fassino, lo stesso non si può dire dalla Raggi, che ha dovuto fare i conti con un modus operandi burocratico eccezionale, quello di un Commissario.

Ciò non basta comunque a giustificare in qualche modo l’esecutivo pentastellato romano, dal quale, proprio perché la situazione di Roma è disastrosa, era lecito aspettarsi una verve maggiore, se non altro per segnare un punto di rottura con il passato.
Mentre la Raggi vedeva approvare le linee programmatiche dalla sua giunta, la Appendino si era riunita con i propri assessori già tre volte: il 5, il 12 e il 19 luglio. Assessori peraltro presentati già il 30 giugno, lo stesso giorno della nomina della prima cittadina torinese.

Chiara Appendino ha inoltre da poco effettuato la sua prima nomina al vertice della Finanziaria Sviluppo Utilities, che detiene il pacchetto azionario di controllo di Iren, indicando Edoardo Aschieri come nuovo presidente. Un uomo dal fare pragmatico, come piace alla neosindaca, e molto competente. Ha collaborato come Sindaco di Società o revisore contabile con 16 organizzazioni, tra cui Banca Reale e Reale Mutua Assicurazioni  insomma, non un uomo anti-establishment, proprio come la Appendino d’altronde.

La controversa gestione del Salone del Libro ha trovato inoltre negli ultimi giorni una parziale soluzione: la Appendino ha sottoscritto una partnership con il gruppo francese GI events, e l’accordo, che prevede un programma di sviluppo triennale, rende bene le idee della sindaca riguardo al rapporto fra Comune e soggetti economici, «improntato a un metodo manageriale e pragmatico», come ha commentato lei stessa a margine dell’incontro cruciale.

Il nuovo corso della città di Torino segue in queste sue prime battute i ritmi serrati della prima cittadina, e anche le inevitabili polemiche prodotte dalle opposizioni si sono manifestate a tempo di record: già nota a tutti è la rivolta minacciata da circa 460 macellerie contro le indicazioni contenute nel documento programmatico messo a disposizione on line dalla nuova giunta.

Il Comune di Torino si è impegnato formalmente a perseguire una campagna di sensibilizzazione che avvicini ai temi del veganismo, o quantomeno al rispetto verso gli animali. I circhi saranno ridotti, il Comune utilizzerà solo prodotti chimici “cruelty-free”, cioè non testati su animali, ma soprattutto, pietra dello scandalo, il Comune incentiverà l’istituzione della “domenica vegana“, un giorno della settimana in cui il cittadino torinese verrà invitato a non mangiare carne. Nonostante si tratti solo di indicazioni, e quindi la domenica vegana sia ben lontana dall’essere un’imposizione, i macellai si sono sentiti discriminati e hanno minacciato proteste.

Si dirà che sono manifestazioni di poca importanza, magari in parte solo folkloristiche, che però evidenziano è come Torino sia entrata in un nuovo corso.
Lo stesso non si può dire della giunta Raggi: al momento la sensazione dei cittadini romani è quella di essere finiti in una sorta di limbo. Un mese di nulla, dove non può bastare ai romani il solo assestamento di bilancio della capitale, accettato ma provvisorio.

Intanto, mentre a Torino sono state approvate più di 30 delibere, a Roma il conto non arriva nemmeno a 10.

Valerio Santori
(twitter: @santo_santori)

1 COMMENTO

  1. Ma che razza di paragoni!
    Due città enormemente diverse..
    E’ molto difficile governare Roma dopo quella ferita chiamata mafiaCapitale.

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